— Guarda! — egli le disse volgendole il capo verso la collina.
La luna insensibile saliva spandendo l'antico incanto, quel medesimo che nelle notti d'Etruria aveva ammollito le donne adorne giacenti su i coperchi delle urne, i giovini cavalieri in sosta presso il limite sepolcrale.
— E il tuo cappello?
Guardarono entrambi verso la muraglia dolorosa. Ma rapita dal vento la ghirlanda era scomparsa nel baratro.
La luna insensibile, d'una delicatezza quasi carnale, priva di raggi, con una vita senza fuoco, nata di quaggiù, simile a un grande fiore palustre, emergeva dalla torpida trasparenza dei Monti Pisani, mentre non maggiore di lei sul limite del Tirreno il sole ardeva d'un ardore così forte che sùbito s'inceneriva. Le nuvole basse e raccolte gli erano sopra come falde di cenere; che crollavano e si riformavano. Quando la linea dell'acqua tagliò il disco, parve che solo un cumulo di bragia rimanesse, covato, e fosse per estinguersi. Tutto fu cenere ineffabile. Allora il mare divenne il divino peplo della Sera, una veste dalle pieghe tanto soavi che Isabella ne desiderò un lembo.
— Aini, se di quella seta potessi vestirmi!
Ella aveva prolungato la voluttà per tutto il pomeriggio. E l'ora seguente le era parsa sempre più bella; ma quell'ora era più bella d'ogni altra e voleva da lei qualche segno di predilezione, qualche pegno di grazia. Tutte le carezze erano sul suo corpo come le foglie della rosa folta, l'una su l'altra, calcate. Ella desiderò di aerarle, d'indurre fra l'una e l'altra l'aria spirabile.
— Aspetta — disse. — Non ti muovere.