Si partì, lasciando su la terrazza il suo amico. Sembrò a lui che il momentaneo fiore di tutte le cose sfiorisse, in quella breve assenza. La luna perse la sua levità di corolla; si riempì d'oro nuovo, spiccandosi dai monti. L'immensa veste marina perse il mai veduto colore che la rendeva ineffabile.
— Che porto? Indovina — disse ella riapparendo.
Sembrava ch'ella si fosse partita per compiere un'opera d'incanti. Con l'arte della maga colchica, aveva dedotto dalla luna quel primo aspetto spoglio di raggi? Su i Monti Pisani il plenilunio era già chiaro; ed ella rievocava la vita senza fuoco, il grande fiore palustre.
— Una serpe incantata in un cofanetto di cipresso?
— No.
Ella era avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garza orientale che il tintore alchimista Mariano Fortuny immerge nelle conce misteriose dei suoi vagelli rimosse col pilo di legno ora da un Silfo ora da uno Gnomo e le ritrae tinte di strani sogni e poi vi stampa co' suoi mille bussetti nuove generazioni di astri, di piante, di animali. Certo alla sciarpa d'Isabella Inghirami egli aveva dato l'impiumo con un po' di roseo rapito dal suo Silfo a una luna nascente.
— No.
Che mai portava ella inviluppato in quel pezzo di stoffa? Lo reggeva con le due mani, sorridendo; e mirabili erano nelle sue braccia i rilievi leggeri dei muscoli, le strie glauche delle vene, la peluria simile a quella delle foglie e dei frutti.
— L'uccellin Belverde?