— Ora siediti su quei cuscini. Danzerò per te.
— Senza il flauto di Amar?
— Taci e guarda.
Ella aveva deposto in un angolo della terrazza l'arnese ignoto, lasciandolo coperto col quadro di seta. Si chinò e lo toccò di sotto al velame. Un ronzio cupo, come quel d'un calabrone in un orciuolo, sonò per qualche attimo.
— Un nido di vespe?
— Taci.
Ella lasciò le babbucce all'orlo del tappeto, che vi stettero come una coppia di tortore col capo sotto l'ascella. I talloni apparvero coloriti di cinabro, simili alle due metà d'una melagrana. Guardandola, Paolo s'accorse che una piccola stella cilestrina, del colore delle vene, la segnava in mezzo alla fronte d'un segno magico.
Ed ecco, il ronzio mutandosi in una musica di tintinni simile a un concerto di sistri, incominciò la danza.
La prima percussione del ritmo parve trasmutare in cosa vivente la lunga zona tenue intorno al corpo nudo. Le mani abili, avvolgendola e svolgendola, comunicavano agli orli quella vita natante che di continuo vibra nell'estremità orbicolare della medusa marina. Talora la danzatrice, avendole impresso un moto spirale, l'abbandonava; e quella proseguiva la sua spira alzata sul lembo come un mulinello di sabbia rosea; poi s'afflosciava ed era per cadere ai piedi, quando i tocchi rapidi delle dita la rianimavano, la suscitavano, le davano una nuova attitudine, un nuovo giro. Talvolta, con le sue indistinte imagini bestiali, era simile alla larva labile dello zodiaco intraveduta nell'aurora.
Seduto su i cuscini, addossato al muro bianco, fisso come a un'allucinazione dei suoi propri sensi, l'amante mirava la danzatrice in un rapimento senza termine. Dietro di lei, tra i rami degli oleandri, egli vedeva lo sfondo delle coste falcate, le rive pinose della Versilia e della terra di Luni, le Alpi di Carrara così aeree che figuravano anch'esse, una figura di danza, una catena di alte vergini, forse inchinate verso l'Oriente dal ritmo del coro.