Come colei che dalle matasse numerose con gesti alterni elegge e deduce i varii fili al suo ricamo, ella sembrava trarre dalle circostanze e dalle lontananze le linee più belle per comporle in quella creazione d'istantanea bellezza; ella sembrava attenuarle e prolungarle fino a sé e mescolarle alla sua musica muta, e rivelare nel suo movimento fugace lo spirito di ciò che era immobile e duraturo. Tutte consentivano a lei, quelle che si disponevano secondo il cerchio dell'orizzonte e quelle che s'inalzavano secondo l'asse del polo. Dal vertice della rupe statuaria sino alla punta della bassa penisola arenosa, tutte convergevano in quel gioco di apparenze e si esprimevano in quella vicenda d'invenzioni.
Ella così viveva la vita vespertina, quale s'era rivelata alla sua anima in un solo attimo quando dal davanzale della finestra aveva steso la mano esitante per liberare la rondine prigioniera. Ella sentiva compiersi quel ch'era appena apparito; cangiava quel breve anelito in un respiro armonioso. La luce ambigua, ove l'oro lunare cominciava a diffondersi nel chiarore occiduo, pareva farla mediatrice fra il giorno e la notte. Ella pareva muovere i suoi piedi scalzi su l'esiguo istmo invisibile che separa il diurno dal notturno mare.
Ma, quando i suoi occhi dati alle cose si riaffisarono in quelli che la miravano, ella cangiò i suoi modi. Raccolse a un tratto i suoi larghi gesti orizontali; mostrò d'esser ferita dallo sguardo dell'uomo. Si coprì il volto con un lembo del velo, si nascose tutta nelle volute, fu simile a una metamorfosi imperfetta che mostrasse tutte le membra converse in nube e i piedi ancora umani. Poi sembrò che la primitiva natura ribalenasse e vibrasse per entro alla nube; ed ecco, la metà del volto riapparve sbigottita, e una mano timida, e la punta dell'anca, e una spalla sollevata, sùbito ricoperte. Ella imitava la danza amorosa delle almée: il pudore, il timore, la resistenza, la languidezza, l'abbandono. Ella imitava con la danza il gioco stesso della sua perfidia: la lusinga, l'offerta, il rifiuto, la disfida, la lotta, la paura temeraria, il sospiro nella violenza, l'annientamento nel piacere.
— L'ape! — disse all'improvviso con un piccolo grido, schermendosi, come aveva fatto dinanzi alla porta di marmo nel Paradiso mantovano.
Il ricordo si drizzò vivo agli occhi dell'affascinato. Ella imitava con la sua danza lo spavento puerile, i guizzi, i balzi, le fughe, le difese, come se il pungolo dell'importuna la perseguitasse e la minacciasse ancóra. La zona si curvava in arco sul capo, svolazzava, strascicava, ora floscia, ora gonfia, ora distesa.
— Ahi! Ahi!
Ella gemette, s'arrestò, congiungendo le gambe in un'attitudine che rendeva al suo corpo tutta la sua divina lunghezza, falcando le reni, riversando il capo dalle trecce quasi disfatte. Il primo gemito fu di dolore, ma l'altro imitò quello ch'ella soleva quando il suo amico posava su lei la mano del possesso ed ella sentiva spandersi in tutte le vene il languore senza scampo. Il viso madido fra le ciocche lisce e dense aveva quella improvvisa maturità che in certi momenti l'assomigliava a una giovinezza troppo a lungo macerata nel fortore degli aromi e trascolorata nell'ombra dei cortinaggi.
— Ahi!
Egli tremò di desiderio; che quel gemito era il noto richiamo, triste e selvaggio. Ella scivolò contro di lui nei cuscini. E gemeva:
— M'ha punta qui.