E le labbra dell'amato la medicavano.

E ogni volta gemeva:

— M'ha punta qui, e poi qui, e anche qui.

E ogni volta le labbra la medicavano. E tutta l'estate, tutta l'estate della spiaggia pisana e della Versilia verdebionda e della val di Magra, quella intiera ch'essi ogni giorno sorvolavano con l'ali di lino e fiutavano nella sua vastità concentrata dal volo come si fiuta un sacchetto di nardo, quella medesima odorava per lui nella pelle calorosa. E una stilla di quel sudore bastava a dissolvere tutti i pensieri, tutti i disegni, tutti i rimpianti, tutte le inquietudini. E nessuno dei paesi ch'egli aveva percorsi era profondo come quel corpo sensibile. Ed egli sapeva l'ebrezza di chi entra in una gola di monti e al termine del valico possiede d'improvviso con uno sguardo l'inopinata magnificenza d'una terra senza confine; ma quanto più acre ebrezza era il penetrare perdutamente in quel mistero che due braccia potevano scuotere!

Placata, stropicciata d'essenza ristoratrice per tutti i muscoli, avvolta in un doppio cafetano di mussolina senza maniche, Isabella godeva il vento serale che soffiava a traverso le pinete ancor tiepide.

Il tintinno dei sistri taceva, in quell'angolo della terrazza, sotto il quadro di seta. Ed ella sorrise e disse:

— Aini, ti piaceva la musica della mia danza? Ma non sai ancóra quel che c'è, là sotto.

— Una stregheria.

— Una malinconia.

Ella si levò, prese la cosa nascosta e la portò presso i cuscini. Nell'aria, ch'ella aveva abbellita di tanta vita bella, ora l'alba lunare si diffondeva per l'ombra composta d'una vena violetta e d'una vena verdiccia che si mescevano tacitamente. Come taluno si china su un tizzo fioco e col soffio ne suscita vive faville sonore, ella aveva ravvivato e moltiplicato con l'agitazione dei suoi incanti le note interrotte. Ora scopriva una piccola cosa morta, una specie di cassetta funebre per Tiapa, per la bambola di Lunella.