— Guarda.
Ci si vedeva ancóra. Ella aprì il coperchio. Egli si chinò a guardare da presso. Era una vecchia scatola armonica, con l'anima di metallo costrutta d'un pettine d'acciaio i cui denti vibravano al girare d'un cilindro irto di punte.
— Dove hai scavato questo scarabattolo?
— Non scarabattolo ma scarabillo.
— Sembra il modellino d'uno strumento di tortura.
— Si chiama scarabillo, dall'infanzia.
Ella rise; poi velò di malinconia il suo riso parlato.
— Vedi: il pettine è un poco rugginoso e al cilindro manca qualche punta. Se tu sapessi quante volte m'insanguinavo le dita contro queste punte, quando il cilindro s'incantava! Avevo sei anni quando trovai questa scatola in un ripostiglio. Doveva esser là dal tempo di Nonna Diana, fabbricata a Vienna verso il mille ottocento cinquanta. Chi può dire perchè una vecchia cosa meccanica ci diventi amica, si leghi a qualche fibra della nostra vita intima e non possiamo mai separarcene senza temere di far morire un po' di noi stessi? Vedi: qui c'è una specie di doppia aletta imperniata che, quando si carica, si mette a girare vertiginosamente e fa quel ronzìo di vespaio, prima che la sonatina incominci. Era l'aura dei miei sogni puerili. Anche ora non posso udirla senza un certo ondeggiamento del cuore. Per nessuna cosa ho avuto il sentimento della proprietà come per questo scarabillo (è il nome che gli diedi, non so perché). L'ho difeso contro Vana, contro Aldo, contro tutti. L'ho preferito a qualunque altro giocattolo. Tutta la mia fanciullezza è stata cullata dalla sua voce tintinnante, che non somiglia a nessun'altra voce. Chi ha composta la sua musica? Chi può riconoscere una di queste piccole danze? Mi ricordo che sul coperchio c'era ancóra un frammento del cartello che portava la lista delle sonatine. S'è perduto. Ci rimase per qualche anno. Ci si leggeva soltanto: La pavane lacrymée.
Ella si chinò, prese la chiave e caricò il cilindro ispido. S'udì il ronzio del calabrone nell'orciuolo. Ella accostò la mano per sentire l'aura della doppia aletta girante. Poi richiuse il coperchio, lo ricoprì col quadro di seta ch'era un conopeo di ciborio.
— L'ho portato sempre con me, il mio scarabillo. Qualche volta lo lascio dormire in fondo a un baule o a un tiretto per mesi e mesi. Poi lo risveglio. E m'incanta e mi culla ancóra. Mi ricordo che quando ero bimba facevo gighe e volte e sarrabande, sola sola, intorno alla scatola posata per terra. Ma come mai stasera lo scarabillo della mia innocenza ha accompagnato la danza della mia perdizione, Aini?