Ella rigò d'un riso esiguo la sua malinconia; poi tacque, ascoltando la voce piccola e infinita. Era un gran silenzio, con qualche fruscìo, con qualche sciacquìo raro, con qualche pallido pianeta, con qualche pipistrello aliante. Le cose cominciavano a segnare le ombre, sotto il plenilunio, ma appena.
Erano a tavola, presso il balcone. La chioma d'un pino toccava l'inferriata, movendosi nell'ombra con quel moto lento e animale che hanno le piante subacquee.
— Quanto mi piaci stasera, Aini! — disse Isabella a bassa voce, nel fumo e nel profumo della sigaretta, tenendo su la tovaglia i due gomiti nudi, facendo intorno al suo viso continui gesti con le lunghe mani senz'anelli. — Ti prego, fa ancóra così.
Ella imitò un piccolo moto nervoso che gli era involontario: una rapida contrattura che dalla radice del naso, ov'era incisa la grande ruga verticale, scendeva a serrare le nari e a muovere il labbro superiore: una specie di baleno muscolare, indefinibile, un nulla. Egli sorrise.
— Ti burli di me?
Era tutto perduto in lei. La guardava, la divorava insaziabilmente, s'affannava a possederla in tutti gli attimi, vigilava con un'acuità assidua perché nulla di lei gli sfuggisse. Ben egli mille volte avrebbe voluto ripetere quella parola: «Fa ancóra così!»
— Chi può dire quel che più ci attragga nella creatura che amiamo? — disse ella, guardando lui con lo stesso ardore avido. — Un certo riso, una piega lievissima della bocca, un modo di socchiudere le ciglia, un nulla; ed è tutto. In quel non so che guizzo che ti passa ogni tanto sul viso senza che tu te n'avveda, sei tutto tu.
— Ah, ma chi dirà come sei?
Ella allungò verso di lui le braccia più lisce e più fredde delle porcellane che rilucevano su la mensa.