— Come sono? Come sono?

— Dove hai preso quest'odore di gelsomino? Stordisce.

— Non sai che io ho un giardino di gelsomini, tra due sepolcreti?

— A Volterra?

— Un giardino chiuso in quattro muri folti di gelsomini, e non so se più odori quello di levante o quello di mezzodì. Senti!

Inchinandosi, ella strisciò la bocca di lui prima con l'un braccio poi con l'altro, mollemente, dal polso al cavo della piegatura glauco d'arterie, dal gomito all'ascella ove pochi fili d'oro s'inanellavano.

— Senti, — diceva ella con quella voce che attenuandosi creava l'increato — sono freschi? Piove piano su i gelsomini, contro il muro che conserva il calore del sole. Una gocciola basta a riempire il cuore d'ogni fioretto bianco; e non è più una gocciola di pioggia ma d'essenza, d'essenza forte come quella che i profumieri estraggono in Chiraz, in Ispahan, nei paesi che tu hai veduti, che tu hai in fondo a questi occhi che per ciò sono come due turchesi, due turchesi malate di me, ora, molto malate di me, povero Aini!

Egli entrava come in un torpore magnetico, in cui il profumo la voce e la carne erano una cosa sola.

— Senti, senti! La pioggia cresce. È ancóra una carezza per le rose, ma i gelsomini sono troppo delicati. Un rametto cade a terra. Chi dice che somiglia a un uccellino disteso, con le zampe rotte? Il poeta del Divano, che Aldo mi legge. Pensa! Ho un giardino cantato a gara da Nizami, da Dschami, da Hafiz, fra due sepolcreti etruschi, sopra un colle volterrano, poco discosto dalla Reggia della Follia. E ho anche una gazzella.

Era scivolata quasi su le ginocchia di lui, con quell'arte di aderire e di avviluppare ch'era istintiva nelle sue membra come nei viticci del tralcio.