— Conosci gli amori di Leila e di Madschnun? Madschnun significa il Folle, folle in estasi di passione. Vuoi che ti chiami così? Una gazzella s'era impigliata nelle reti. Madschnun la vide, accorse, la coprì di baci, le medicò le ferite, la trasse dai lacci, la accarezzò dal capo ai piedi, perché lo sguardo di quei grandi occhi teneri gli suscitava l'imagine di Leila; e le diede la libertà. Ora l'ho io, proprio la stessa, ma trasfigurata in Vergine da un pittore senese che si chiama Priamo di Piero. Te la mostrerò. Guarda con gli stessi occhi con cui ella guardava Madschnun. Ha un collo lungo lungo, un viso fine fine, un mento stretto come il muso del suo tempo selvaggio, le mani come le mie, con le dita disgiunte. Ma certo mi vince in gambe; perché, se si alza dal trono, chi sa dove batte l'aureola, quell'aureola d'oro che è come la beatitudine che il cielo persiano le poneva un tempo fra le due corna in forma di piccola lira. E porta una veste orientale, rossa broccata a garofani d'oro, che dev'essere una veste di Leila.
Ancóra una volta con la musica delle sue imaginazioni ella faceva un incanto che era una follia artificiata. Pareva ch'egli non l'ascoltasse con gli orecchi ma con le labbra, con le labbra premute sul collo.
— Che mi fai, Madschnun?
Ella gli guizzò, gli scivolò di su le ginocchia; si ritrasse su la sua sedia. Accese un'altra sigaretta, sorridendo. Aveva sul collo una macchia rosea.
— Non hai mai fumato l'oppio o la foglia di canape, laggiù, in qualche porto oleoso?
— Non amo i veleni.
— Te soltanto.
Ella stette per qualche attimo assorta, con quel sorriso sospeso che pareva interrompere la vita esterna su l'intimo spettacolo. E la mensa era sparsa di frutti, di confetture, di vini chiari, di cristalli, di argenti. La cenere e un rimasuglio di tabacco biondo galleggiavano in una coppa, e il vino vi ferveva intorno senza spuma.
— L'anima è il veleno più potente — ella disse.