I piccoli paralumi gialli in cima ai candelieri la coloravano d'un lume dorato. Qualche farfalla notturna aliava intorno alle fiammelle. A quando a quando, pel vano del balcone, il pino susurrava sotto la luna.
Ella disse, all'improvviso, lacerando l'incanto.
— Sapete, Paolo, che noi siamo fidanzati?
Egli la interrogò, attonito.
— Oh, non abbiate paura. Fidanzati per ridere, o per piangere.
— Non comprendo.
— Omai, dopo i nostri voli, il segreto non è più chiuso tra queste mura. Credo che viaggi pel mondo mondano e che sia entrato nella città degli Inghirami, per la porta più solenne, per la Porta all'Arco. Non pensate che io tema d'essermi compromessa. Ma è utile che noi giochiamo il gioco dei promessi sposi, utile non tanto per le solite convenienze quanto perché io vi possa condurre nel giardino dei gelsomini.
— Il gioco solo? — disse egli turbato, dubitante, con una intenzione di rammarico e di rimprovero gentile, incertamente espressa.
— Paolo, Paolo, il vostro impaccio è delizioso! — gridò ella in uno scoppio d'ilarità. — Sono sicura che temete un tranello.
Egli protestava.