— Sono sicura che pensate ch'io vi abbia detto questo per tastarvi il polso. Ma no, ma no! È un fidanzamento non di sequestro ma di comodità. Morirò vedova, morirò Isabella Inghirami, morirò nel mio doppio I su cui non ho mai messo il punto. Lo metto ora, su l'uno e su l'altro, ecco. C'è un benedetto codicillo nel testamento maritale. Se mi lasciassi sposare da voi, perderei il giardino dei gelsomini con la gazzella e con tutto il resto. Non mi rimarrebbe che lo scarabillo. Codicillo, scarabillo! È troppo crudele.
Turbato, egli protestava ancora, non senza un'ombra di gofferia.
— Via, Paolo. Vi dispenso da ogni onesta dichiarazione. Resteremo promessi sposi in eterno, se volete. Ma sarà più facile trovare un pretesto per rompere, molto più facile, ahimè!
Cessò di ridere. Riprese tra le labbra la sigaretta, e con qualche boccata si velò tutta di fumo. Egli era in un malessere che non trovava posa.
— Bisogna che io ritorni a Volterra, almeno per un po' di tempo — ella disse. — Non posso più lasciare le mie sorelle e mio fratello lassù, abbandonati, dimenticati. Ho già annunziato il mio ritorno e il nostro fidanzamento. È necessario che io sembri in regola, o quasi, davanti a Aldo, a Vana. Voglio che tu mi accompagni.
Egli ripugnava a quella finzione penosa. Rivedeva in sé la faccia febrile della vergine olivastra, se la sentiva piangere contro il petto; riviveva l'angoscia della veglia funebre. E le maniere ambigue dell'adolescente gli riapparivano.
— Non posso — disse.
E guardò con ansia le labbra dell'amata, temendo le parole ch'erano per uscirne.
— Perché?
Ella aveva parlato con una voce bassa, coperta d'ombra. Ora aveva il suo viso di dèmone, la sua più perigliosa bellezza, quella emanata dalla sua più nociva alchìmia.