Gettò nella coppa la sigaretta accesa che spegnendosi frisse. Prese uno dei grandi garofani color d'ardesia che ornavano la mensa, e lo gualcì fra palma e palma. Pareva che le occhiaie le divenissero più larghe e più cave, piene di un azzurro violetto simile a quello del cielo sul pino, ove le pupille fosforeggiavano come quando l'anima era per divenirle «il veleno più potente».
— Per Vana?
Egli non rispose. Non aveva mai avuto paura di maneggiare francamente anche le armi ignote, ma sentiva una repulsione invincibile contro le schermaglie di parole. Attese, con lo sguardo diritto. Elia ben gli conosceva quell'attitudine, quell'armatura di silenzio, ed era anche abile ed acre nell'arte di smagliarla.
— Che cosa c'è, o almeno che cosa ci fu fra te e Vana?
— Nulla più di quel che sai.
— Non so nulla. So che Vana è perdutamente innamorata di te.
— Credo che t'inganni, spero che t'inganni.
— Sono certa. Parlami con franchezza. Non sono gelosa: voglio dire che la mia gelosia non è tale che tu possa comprenderla. Nei primi giorni, quando eri assiduo presso di lei, avevi una più o meno vaga intenzione di un più o meno lontano matrimonio? Confessa.
— Isabella, non so a che giovi questo interrogatorio inopportuno. Stanotte voglio andare con l'Àrdea su le mura di Lucca, risalendo il Serchio, voglio passare su la torre dei Guinigi.
— Non le parlasti mai d'amore in quei primi giorni? Qualche volta rimanevate soli. Non una parola tinta d'amore? nulla?