— Non ricominciare il tuo gioco perverso, Isabella.
— Sì, qualcosa ci fu. Se no, come sarebbe così accesa di te? Lo sai, che t'ama. Dimmi che lo sai e che ci pensi.
— Sei folle.
— Non ti ricordi, a Mantova, quando apparve su la porta mentre mi baciavi? Era come una morta.
Entrambi la rividero livida ma respirante, appoggiata contro lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non possa più serrarli.
— Forse era già là da qualche tempo, e teneva que' suoi occhi fissi su noi mentre tu mi bevevi, mentre io gemevo: «Non più!», mentre tu rispondevi: «Ancóra!»
— Ah, perché sei così?
— Non la udimmo. Io non la udii, ché gli orecchi mi rombavano. Ma certo era là, e vide. Io non ci vedevo; avevo la vista annebbiata, quando mi distaccai. Ma mi parve che dietro di me ci fosse un fantasma, e mi volsi. E avevo la bocca tutta gonfia di quel bacio così lungo e così feroce. E Vana mi vide quella bocca.
Ella parlava basso con un crescente ànsito che le sollevava il seno bianco a traverso l'oro della trina, con una specie di voluttà nemica che le contraeva i muscoli del viso, che le atteggiava di nuovo le labbra a quella gonfiezza.
— Ti ricordi? Ti ricordi? E Aldo sopravvenne. E Aldo mi scoperse il sangue nei denti, il piccolo taglio nel labbro. Ah, perché allora tutto il desiderio mi rifluì nelle vene, mentre chinandomi cercavo di far ombra sul mio viso che temevo mi s'accendesse non di pudore ma di ardore?