— Aldo e Vana e noi stessi.

— E la follìa.

— Ciascuno in uno specchio ha una follìa che l'atterrisce e l'attira. Vuoi andartene da me? Vuoi che ci separiamo domani? Vuoi che non ci rivediamo più?

Uno spavento repentino turbinò dentro di lui e lo vuotò d'ogni forza. Ella parve entrare tutta quanta in quel vuoto, sola e nuda pesarvi con tutto il suo peso carnale.

— Domani risalgo a Volterra.

Correvano su la rossa macchina precipitosa, nel pomeriggio d'agosto, come in quel già tanto lontano vespro di giugno per la via di Mantova. Correvano verso l'inferno di Volterra.

Non gli argini verdi, non le pallide vie diritte, non i canali molli, non i filari di salci di pioppi di gelsi; non acque, non ombre, non arte agreste di festoni e di ghirlande; ma una terra senza dolcezza, un paese di sterilità e di sete, una landa malvagia, un deserto di cenere.

— Vedi? vedi? — ella diceva al suo compagno disperato, chinandoglisi contro la gota scarna.

— Sono io così, dentro di te? è così la tua arsura?

Fenditure innumerevoli, arsicci labbri anelanti, per ovunque s'aprivano nelle crete sitibonde. Qua e là nei campi abbandonati rosseggiava il gabbro, d'un rosso di fegato; le pietre laminose rilucevano come frantumi di spade; tanto brillavano gli schisti che parevano quasi crepitare come le stoppie in fiamme.