— Stamani è venuta prima che Miss Imogen mi facesse il bagno. S'è seduta accanto; ed era come quando mi racconta una novella, perché diceva: «Forbicicchia, povera Forbicicchia, sai che ci mandano via? sai che non possiamo più stare con Isa? Bisogna andare andare, prendere Tiapa e le forbici e un foglio bianco e niente altro, e mettersi in cammino, e andare coi nostri piedi, chi sa dove....» Era come una novella, e non pareva che dovesse finire in pianto. Ma a un tratto m'ha serrata forte, e ha gridato: «No, non posso, non posso. Ti porto via, ti porto via.» E singhiozzava, e mi bagnava i capelli, la faccia....
L'affanno serrò la gola della creatura; e il tremito scoteva tutta la sua gracilità penosa; e la pena nel suo tenue petto era come l'uragano su la canna, come il torrente sul vimine. Una forza precoce di sogno e di dolore giaceva in fondo a quel delicato e selvaggio essere, pronta sempre a prorompere e a travolgere.
— Isa, Isa, mandalo via, mandalo via! — gridò gettandosi perdutamente al collo della sorella e stringendola in una stretta convulsa che la soffocava, come atterrita dall'apparizione subitanea d'un fantasma.
— Chi? Chi?
— L'uomo.
— Chi?
— Quello, quello che è venuto con te. Mandalo via!
Al primo urto, Isabella sgomenta aveva volto gli occhi per scorgere chi fosse apparito, ché qualcosa d'imprevedibile era sempre imminente alla sua inquietudine. Ma quel brivido d'incerto terrore, suscitatogli dal grido e dall'atto, accompagnò l'imagine dell'amante evocata dalle altre parole di Lunella. E l'ombra della sciagura le scese sul cuore in tumulto.
— Càlmati, piccola! Càlmati! Perché sei così agitata? Vana t'ha messo nella testina qualche brutto pensiero?
La bimba scoteva la sua fosca foresta; e gli aneliti le rompevano il petto.