— Quello è un amico, un buon amico, che ti vuol bene.
Ostinata, la bimba scoteva la chioma intorno al suo viso indurito dal rancore.
— Anche tu gli vorrai bene se gli t'accosti, se non fuggi come oggi.
Ostinata la bimba diniegava, con la bocca gonfia di violenza.
— Prendilo! Tienilo! — proruppe, dislacciandosi dalla sorella, respingendola. — Mandaci via, manda via noi.
Si rivoltò bocconi sul letto, contratta, singhiozzando, col viso in lacrime accanto a quello di Tiapa.
— Ce n'andremo, ce n'andremo, laggiù, laggiù, chi sa dove, soli, coi nostri piedi....
Consolata dalle promesse, accarezzata, cullata, cedeva alla stanchezza, s'addormentava. Una lacrima le luceva ancora all'angolo dei cigli, il singulto sempre più fievole le risaliva di quando in quando alla bocca socchiusa. Anche Tiapa dormiva, sul medesimo origliere, senza ninna nanna, senza la minaccia dell'Orco. Le forbici d'acciaio e d'oro lucevano sospese per la catenina, sul capezzale. «O stanchezza, stanchezza, addormenta anche me!» sospirava nel cuore Isabella, posando il capo su la proda del piccolo letto candido, estenuata e affannosa. Era in lei come una vicenda d'annientamento e d'insurrezione. Una parvenza di sonno le veniva incontro; e il bisogno di tutta la sua carne s'addensava, ne faceva qualcosa di materiale come una creta tenace in cui volesse ella ficcare la sua fronte e suggellare i suoi occhi. E nella densità una fenditura si apriva, un crepaccio simile a quelli ch'ella aveva veduti innumerevoli nell'orrenda via; e cresceva, e diventava un antro, una voragine, un abisso mobile per ove risalivano tutti i pensieri tutte le paure tutte le angosce. E del sonno non rimaneva se non l'incoerenza delle visioni che non dissipava il battito volontario delle palpebre. Una di quelle femmine, ch'ella aveva veduto contro il muro scialbo cucire i ferzi del lenzuolo, le apparve; posò anch'ella il capo su la proda, stette con gli occhi stravolti nella penombra, con l'odore sinistro nel grembiule rigato.
L'insonne levò la fronte bagnata di sudore; e l'atto ch'ella compiva le fu presente come in uno specchio. Una sensazione confusa di duplicità era nel suo corpo. Ella stessa pareva trarre sé fuori di sé. Poi dalla sua sostanza si foggiavano cose mostruose, come quelle malattie che ci deformano nei sogni e che talvolta sono un indizio latente. E il silenzio viveva ingannevole, inafferrabile, traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli. Qualcosa di simile a un passo vi s'iterava, qualcosa di simile a una pesta lieve ma assidua, onde sorgeva l'imagine indistinta della fiera che senza posa percorre su e giù la gabbia con le sue zampe elastiche e concitate.
«Chi cammina? dove?» Nell'allucinazione del senso, nel romorìo che le riempiva le tempie dolenti, ella non riusciva ancora a determinare l'origine del suono. L'aveva ella in sé? nella sua mente malata? Le parole di Lunella le ritornarono: «Bisogna andare andare, mettersi in cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa dove....» Il terrore di nuovo l'agghiacciò. Ella temette che la sua ragione fosse per decomporsi, e che quel passo continuo fosse già un fantasma della sua demenza, e ch'ella dovesse udirlo sino alla morte, ch'ella dovesse fino alla morte essere abitata da quell'essere estraneo che camminava camminava senza posa. Le riapparve la femmina dal grembiule rigato, dai capelli rossicci e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi albini. «Andare, andare....»