Balzò in piedi, si prese il capo fra le palme. Il passo diveniva più forte: era sopra di lei. Allora ella guardò la volta, dove ondeggiavano le ombre mosse dalla fiammella oscillante della lampada. E a un tratto si ricordò, comprese. La stanza superiore era quella di Vana. Il passo era il passo di Vana. Era Vana, lassù, che non aveva requie.

E una smania irresistibile l'assalì. «Bisogna che io salga da lei, bisogna che io la veda. Sarà sola? sarà con Aldo?» Poi una imaginazione insana la sconvolse, una gelosia furente la squassò. Ella travide l'imagine di Paolo. «Certo divento folle». E tutto le parve ch'ella potesse affrontare e patire, fuorché rimanere più a lungo con sé medesima in quella disgregazione della sua coscienza. Le parve ch'ella non potesse recuperare una parte della sua anima se non strappandola a viva forza dalle mani che la serravano.

Si riavvicinò al piccolo letto, si chinò, ascoltò. Lunella dormiva d'un sonno tanto profondo che pareva doloroso, come una pena rimasta intera ma addentrata nell'oblio. «Povera cara! Fino a domani non si sveglierà, non chiamerà. E se si svegliasse di soprassalto e mi chiamasse, e io non fossi là? Che penserebbe? Ah sorellina, sorellina ardente e amara, sdegnosa e tirannica, anche per te l'anima sarà il tuo veleno, come per Isa!» Esitò. Passò la soglia, rientrò nella sua stanza. Per la finestra aperta rivide in fondo alla notte i muti baleni, respirò il fiato dei gelsomini, riudì il ferro stridere sul colmigno. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò, colò, si consunse.

Una musculatura leonina, i tendini d'un leone balzante aveva il dolore di Vana. Era una potenza irrefrenabile, che la sopraffaceva e la traeva senza scampo, la scoteva e la sbatteva senza pietà. Né ella tentava di resistere, né pensava che in una tregua potesse ella trovare sollievo. Tale forse la vergine cristiana che il bestiario legava alla fiera preparata pel gioco circense.

Non aveva alcuna consapevolezza dei suoi moti. Si lanciava da una parete all'altra, dall'uno all'altro angolo; e, nella rapidità, si stupiva di ritrovarsi dinanzi agli occhi sempre lo stesso quadro, lo stesso armadio, la sedia stessa, immutati, fermi, indifferenti. Un bisogno iroso di farsi male la spingeva a urtare contro il muro i pugni; e non sentiva quel dolore, ma soltanto lo spasimo del cuore chiuso, ove le mani non sapevano giungere. E, nel ripetere gli urti, più s'adirava contro il ritegno istintivo che le rompeva il gesto, che le contrastava l'impeto, che le risparmiava la ferita.

«Sono vile, sono vile. Potevo già esser morta, potevo già essere laggiù. Sono vile». E, spossata, piombava di traverso sul letto, mordeva il lenzuolo. Imaginava d'avere la faccia conficcata nella terra molle, la bocca piena di melma. I dirupi tenarii delle Balze pendevano sopra lei.

«Così, così, tutto il male è finito. Non ho più nulla, non sento più nulla. Ecco, ora viene; e mi rivolta e mi solleva e mi prende su le sue braccia; e mi dice, come quella notte, mi dice: — Pace, pace, piccola buona. — E non si può rinascere da una parola, come si può morire d'una parola?» Tutti i ricordi della notte di giugno le colmavano l'anima, non lasciavano luogo ad alcun'altra imagine, dal sopore simulato alla fuga anelante, dall'arrivo su la brughiera alla visita funebre, dall'orrore del presagio al pianto mattutino. E pensava: «Per un'ora, per un'ora sola gli fui cara, per un'ora sola mi tenne presso il cuore; ma quell'ora non gli vale una vita intera? Mai mai l'altra gli potrà dare quel che io gli ho dato. Io lo so, egli lo sa. Dinanzi alla spoglia del suo compagno egli non poteva piangere, e io ho pianto dentro di lui; e quali lacrime! Stasera due volte mi ha guardato, con una tristezza ch'era come quella tristezza, con un segreto che era come quel segreto. Che vale la bocca insanguinata dell'altra, se tra due creature un tale sguardo può congiungere la morte e la vita?» Allora il suo amore le gonfiava le vene come un orgoglio onnipotente. L'amato le appariva come la vittima di un sortilegio, il prigioniero d'un malefizio, che s'attendesse la liberazione. Ella si sentiva armata di armi infallibili pel combattimento supremo. Una impazienza feroce la risollevava dalla giacitura. E si rimetteva in piedi; ed era tutta rotta come l'inferma dopo la lunga febbre; e i crampi le serravano lo stomaco come nello sforzo di vomire, quando la bile e il sangue empiono la bocca e freddo il sudore cola e l'intera vita umana non è se non un sussulto ignobile.

«Morire senza morire!» La disperazione la riafferrava; squassava quel corpo estenuato, lo trascinava seco, lo scagliava qua e là per lo spazio chiuso, con la musculatura leonina, coi tendini della fiera balzante.

E d'improvviso la porta s'aprì, spinta da una mano impetuosa; e la disperazione si volse, si torse come un turbine. E l'altra insonne era là! E l'una stette di fronte all'altra, non come una vita contro un'altra vita ma come due apparizioni evocate da una medesima agonia.