Non parlarono; si guardarono. Quel che era indomato dolore e furore imbelle e orrore attonito, si restrinse, si concentrò nello sguardo e nell'alito, divenne angusto e attivo. Entrambe avevano i capelli sciolti, una semplice veste, le braccia nude. Erano quali una stessa madre le aveva fatte, la maggiore e la minore sorella, spoglie d'ogni ingombro, libere d'ogni costringimento, senz'altra testimonianza che il loro sangue, senz'altra misura che la loro passione.

Quando parlarono non domarono se non il gesto e la voce.

— T'ho sentita — cominciò Isabella. — Di giù t'ho sentita camminare. Avevo addormentata Lunella; stavo al suo capezzale. T'ho sentita. Sono venuta su. Non potevo più resistere. Soffri? Anch'io soffro come non so dire.

— Eri da Lunella? non eri altrove? Non vieni da un'altra stanza? Mi stupisco. Vieni perché io ti asciughi la bocca un'altra volta? Vieni per mostrarmi su le braccia quelle lividure, non avendo osato di mostrarmele a tavola iersera?

L'acredine dell'odio era tale in ciascuna di quelle domande, che Isabella vacillò come sotto percosse iterate.

— Non essere così dura contro di me, Vana. Non mi avevi abituata a questo esame crudo della mia persona. E non sapevo che tu avessi occhi tanto esperti per distinguere la natura di certi segni....

Anch'ella subitamente ridiveniva ferina; ché la mancanza di pudore nel modo e nell'accento della sorella riagitava il suo più torbido fondo. Gli occhi scrutatori la bruciavano.

— Ah, non sapevi. Ora ti scandalizzi della mia sfrontatezza! Ma a che spettacoli non m'hai tu abituata, a che contatti, a che allusioni, a che linguaggio? Non t'ho servita di coperchio più d'una volta? Non ti sei eccitata sopra la mia ingenuità? Certo, in casa tua ho imparato a non aprire le porte senza battere e a non passare per quelle aperte senza tossire. A tutte le prudenze e a tutte le compiacenze tu m'hai abituata. Laggiù, a Mantova, non te ne ricordi?, per asciugarti la bocca giunsi ad offrirti il mio fazzoletto.... Non ti basta? No, non ti basta. M'avevi già costretta a farti da testimone e da avvisatrice perché Aldo non ti cogliesse. Pochi minuti dopo, ridevi, recitavi la tua commedia, assottigliavi la tua grazia per ferirmi. A un tratto m'attirasti, mi serrasti contro di te, giocasti con la mia pena, volesti sentirla viva sotto le tue unghie, palparla, irritarla.... Ah perversa, perversa!

Era stupenda di furore e di onta, con quel suo stretto viso fosco a cui lo smagrimento aveva alterato la purità dell'ovale, con quella capellatura di viola che diffusa la faceva rassomigliare a Lunella, con quel bianco degli occhi intenso come l'incorruttibile smalto. E l'accusata la mirava senza opporle difesa, senza interromperla, sentendo nel suo segreto nascere uno strano sorriso e temendo che non le salisse fino alle labbra; perché, contro ogni sua volontà e contro ogni suo pentimento, ella si compiaceva di ciò che le era rinfacciato come scelleratezza.

— Non ti basta, no. Non ti basta d'avere esasperata la mia pena, d'avere spiata ogni contrattura del mio spasimo, d'avere simulata la pietà per umiliarmi; non ti basta d'essertene andata al tuo piacere e d'avermi relegata in una casa che è sotto l'ombra dell'Ergastolo, e d'avermi tolta brutalmente ogni ragione di vivere, e d'avermi lasciata a faccia a faccia con la più orrida morte. Tutto questo non ti basta. Sei tornata conducendo con te il tuo amante....