— Il mio fidanzato.
Un riso atroce stridette nella gola dell'accusatrice.
— Ah, ridi, ridi anche tu! Non ti contenere, non ti frenare. Si vede che ti sforzi di non ridere. Il tuo fidanzato! Ma è il terzo dei tuoi fidanzati onorarii, se non sbaglio. Potevi trovare questa volta qualcosa di più nuovo, di meno risaputo, per ottenere l'indulgenza del gaio mondo e per ospitare il peccato sotto il tetto vedovile senza troppo scandalo.
— Vana!
Pallidissima sotto l'irrisione, ferita a dentro, ella guardava con sgomento l'avversaria adoperare le armi avvelenate. Non aveva più dinanzi a sé la fanciulla inquieta e inerme ma una creatura inaspettatamente maturata dall'odio, una rivale pronta a nuocere, audace fino all'impudenza.
— Ti cuoce, quel che ti dico? Ti meravigli di ritrovarmi in questo aspetto? Ma non sono io l'opera tua? non sono la tua alunna? non m'hai fatta così tu stessa, alla tua scuola, per anni? Senz'accorgertene, senza badarci, m'hai riempita di scienza. Ma non credevi che questa scienza potesse un giorno diventare tanto amara e potesse ritorcersi contro te. L'ho tenuta nascosta, l'ho coperta di malinconia per non lasciarla trasparire, l'ho sopita col mio canto. Ora, a un tratto, lo vedi, mi diventa un veleno, mi diventa un'arme. Tu m'incalzi, mi serri, non mi dai quartiere, mi sei sopra come una nemica che non si contenta di vincere ma vuol martoriare, vuol profanare il corpo e l'anima con una tortura che sembra una libidine....
— Taci, taci! Sei fuori di te. Non sai quel che dici. Io non ho fatto questo.
Sotto l'impeto ostile ella si curvava come sotto la burrasca; ma non la sbigottiva la violenza, sì bene quell'imagine di sé ch'ella vedeva foggiata dalle parole di Vana, ch'ella vedeva là, esternata, come una creatura che vivesse in lei ed ora fosse escita da lei e palpitasse là nella vergogna.
Ripeteva, curvata sul letto della sorella, con gli occhi smarriti:
— No, non ho fatto questo.