E non v'era nella sua voce il contrasto del ribattere, non il risentimento, non lo sdegno, ma qualcosa di pauroso e di supplichevole, qualcosa che era come un raccapriccio confuso e come una interrogazione tremante.

— Hai fatto quel che soltanto la malvagità obliqua ordisce per offendere con l'offesa che umilia: obliqua e forse volgare. Quando io e mio fratello più ci sentivamo intrusi, in una casa dove tu stessa sei un'intrusa, dopo giorni e giorni d'un silenzio ch'era pesante come un dispregio, non da te sapemmo che tu ritornavi con la tua avventura ridipinta di falso decoro, non da te lo sapemmo....

— Ah, non è vero. Non ho fatto questo.

— Questo hai fatto, questo sai fare. E ch'io non ti sembri ingrata. Tu m'hai presa nella tua casa, tu mi tieni con te; tu mi colmi di doni, tu mi adorni e mi inghirlandi; e tu giuochi con la mia vita come se la mia vita più profonda non valesse il più fugace dei tuoi piaceri. Io non sono per te più di quel che Tiapa sia per Lunella. Ma Lunella piange se Tiapa cade sul pavimento e si spezza il piede o s'ammacca la fronte; piange e si dispera, e la veglia, e cerca di guarirla. Tu sei della razza feroce. Tu mi apri il petto per vedere quel che c'è dentro.

— Ingiusta! Ingiusta! Nostra madre non avrebbe potuto avere per te una tenerezza più attenta della mia.

— Sì, attenta a recidere tutto quel che di vivo nascesse da me, attenta a impedirmi di vivere. È forse la prima volta che tu ti frapponi fra me e il mio bene, fra me e l'ombra del mio bene? Era non so che smania, non so che capriccio geloso. Bastava che qualcuno s'accostasse a me, che la più vaga delle simpatie si disegnasse, perché tu intervenissi a esercitare un tuo strano diritto di prelazione. Mostrare di far la corte alla minore era il mezzo quasi sicuro per giungere alla maggiore. Ah, ho colto più d'un epigramma crudele, dietro le mie e le tue spalle. Ma che m'importava del tuo gioco! Non valeva mai la pena d'adontarsi né di rammaricarsi e tanto meno di lottare, di resistere. Che m'importava delle mie disfatte! Non c'era nulla di comune fra il mio sogno e il tuo trionfo. Questa volta....

S'interruppe, come se un brandello del cuore le facesse groppo alla gola ed ella per continuare dovesse gettarlo via di tra i suoi denti. L'altra, ch'era curva, si sollevò verso l'apparizione dell'amore con un'ansia quasi luminosa; e la sua mano ricacciò indietro i capelli che le ingombravano la faccia.

— Questa volta.... — sollecitò con suono d'anelito, tendendosi, quasi appendendosi alle labbra che prolungavano l'intervallo.

Vana fu tutta di gelo, fu tutta di quel colore che l'aveva fatta simile a un fantasma su la soglia del Laberinto sospeso.

— Questa volta — disse con la voce bassa che penetrava più del grido, più della fiamma — quello che tu m'hai tolto è più del mio sogno e più della mia vita; perché, per essere felice e per ringraziare il Cielo d'esser nata e per perdonarti, ora mi basterebbe di appoggiarmi sul suo petto e di piangere ancóra un poco e di addormentarmi e di non svegliarmi più.