— Aldo!

La voce era forte, era viva. Bisognava accorrere o attendere ancóra? Egli udì nettamente gli zoccoli di Pergolese risonare su un filone di pietra. Scelse con l'occhio per la ripa una crosta resistente e vi spinse la sua bestia al galoppo. Scorse dall'alto il nemico che si salvava su pel filone, travide qualcosa di biancastro giacente nello spiazzo della mofeta.

— La cagna è là morta! — gli gridò Paolo arrivandogli addosso, fermando su la cresta il cavallo ansante. — L'ho vista cadere come fulminata.

— C'è la putizza? — disse Aldo, pallidissimo, coi segni della costernazione. — Anche tu stavi per entrarci?

Paolo Tarsis scrollò le spalle e corrugò un poco le sopracciglia; poi drizzò Pergolese giù per il pendio, senza rispondere. L'adolescente guardò ancóra la carogna biancastra su lo spiazzo mortifero.

— Povera Assra! Sembra che abbia voluto morire. Aveva gli occhi troppo belli, oggi.

Discese anch'egli. Il nemico andava pensoso innanzi, seguendo le tracce ch'essi avevano lasciate. Riguadarono l'acquitrino; cavalcarono di nuovo tra i nudi tumuli, tra il tufo e il margone, per le sterpaie, per le ghiare, pel dolente deserto di cenere, in silenzio. Il giorno declinava percorso dagli spiriti frenati dell'uragano. A ponente, tra il suol marino e l'orlo della cappa eguale, il sole sanguinava come per i labbri d'un lunghissimo taglio.

Paolo si volse a riguardare le Balze che ora sembravano i crolli e gli squarci delle meschite vermiglie. Incontrò gli occhi audaci del giovinetto.

— Sai? — gli disse col suo possente sorriso. — Laggiù, dove finivano le péste, ho veduto lo spettro di Neri Maltragi. Però stasera non lo racconteremo.

— Non lo racconteremo — assentì quegli, senza batter ciglio. — Ma la ghirlanda?