Le sorelle guardavano, ciascuna dal suo davanzale; e ascoltavano a ogni istante se udissero il passo dei cavalli per gli ulivi della collina. Tuttavia le serrava l'angoscia inesplicabile e il lento tormento della sospesa tempesta affaticava sopra tutte le cose vive i loro cuori.

D'attesa in attesa crebbe l'affanno. E nell'una e nell'altra i pensieri le imagini ripresero a balzare armati subitamente di musculature leonine. E ciascuna nella sua stanza ridivenne la fiera incarcerata; e senza tregua s'agitò tra muro e muro, tra finestra e porta.

Rimbombando il tuono giù per le ambagi sterili della Valdera, crosciando le prime larghe gocciole su i lecci aspri, non più resistettero. Si cercarono, s'abbracciarono come per lottare, urtarono l'un contro l'altro i loro cuori selvaggi in una stretta discorde e concorde; piansero, si baciarono, si morsero.

Il desiderio coceva così forte il volto d'Isabella Inghirami ch'ella ne aveva onta; e all'aria aperta lo velava d'un velo, o lo inclinava in attitudini sfuggenti come s'inclina una fiaccola or a seconda or a contrasto dei soffii per evitare che il fuoco s'appicchi. Ma negli scorci irrequieti la sua bellezza si faceva tanto acuta che il cuore d'ognuno vi si feriva come contro una lama presentata di punta e di taglio. Paolo Tarsis non poteva guardarla senza che la vista gli vacillasse nella vertigine. Quando le loro pupille s'incontravano, egli scopriva tra i cigli di lei uno sguardo ben più remoto dello sguardo umano, che sembrava espresso dalla terribilità di un istinto più antico degli astri. Allora quella carne frale assumeva una grandezza insormontabile, gli appariva come un confine della vita, gli limitava il destino come un monte limita un regno. E sentiva che, per tenerla ancóra una volta fra le sue braccia, avrebbe mille volte tradito la sua propria anima e gittato leggermente il resto.

— Non posso più! — ella gli disse sotto voce, accosto accosto, con quelle labbra che erano malate di quelle parole, con quell'alito che non era il suo ma del fuoco che s'era appreso a lei come s'apprende al mucchio di legna e d'aromi per divorarlo.

Ella aveva mantenuto il divieto fino a quel giorno, veramente «candidata in foco di dolore» come nel cantico del Pazzo di Cristo. Aveva consunto le notti nel suo letto fasciata di fiamme, simile a quella madonna senese di Taddeo di Bartolo, ch'ella teneva sul suo capezzale, cinta dalle ali degli angeli rossi come dalle lingue dell'incendio. Quante volte aveva detto al suo supplizio: «Ora mi levo, ora vado. Vado perché egli non muoia. Sento che muore d'attesa e d'aridezza». Quante volte s'era levata, era andata alla porta, era rimasta a piedi nudi su la soglia, vedendo nel corridoio buio un turbinìo di faville, cercando di ascoltare il respiro di Lunella e non potendo intendere se non il fragore del suo sangue imperversato su la sua volontà vacillante! Ma riafferrava la sua anima, la teneva ferma nelle sue mani convulse, irrigidendosi contro la tentazione, quasi impietrandosi nella sua durezza, simile alla pietra cruda del Palagio onde sporgono quelle atroci pugna di ferro per gli stendardi.

Ora come il Passo del Signore, come il Libro dell'Ardore, ch'ella aveva ripreso a Vana e vuotato dei quadrifogli e riempito di gelsomini senza stelo, ella implorava l'alleviamento del suo voluttuoso martirio.

Di fiori e frutti

M'è fornito il core.

Di amorosi lutti