E d'ardore si more.
Li miei sensi tutti
Languono in fervore.
Tèmperisi l'amore,
Ch'io nol posso portare!
La passione di quei cantici, quella «Pazzia non conosciuta», quella «Pazzia illuminata», rinnovava nelle sue notti i delirii della musica. Il battito della sua anima propagava il suo male fino alle stelle, spandeva il suo fuoco senza raggi verso le cose eterne in travaglio onde colavano a quando a quando quelle lacrime labili come per toccarla prima di estinguersi. L'Amatore «dall'anima dilatata» cantava in lei per l'amore dell'amore, come gli usignuoli indomiti che cantano finché con essi non canti l'intero Universo. Il sonno dell'alba le veniva come su la vittoria d'una vita tanto tenace da non poter essere sradicata né dalla doglia né dalla voluttà.
D'improvviso, ella si svegliava al «novo tempo d'ardore» con la figura del bacio connaturata alle sue labbra, con tutta la sua sensualità sollevata nel suo corpo come la fame d'una moltitudine.
— Non posso più.
Ritrovava le parole anelate nell'ora quando perduta era dentro di sé fuori di sé ed entrambi camminavano sul loro stesso tremito come su una corda tesa e oscillante. Ritrovava quelle parole, e il terrore di quei primi sorsi.
Anch'egli, come in quel punto, e dentro di sé e fuori di sé era perduto.