— La più bella!
— Mi accompagnerai domani?
— No. Ti raggiungerò.
— Non posso più. Ho voglia d'ucciderti.
Egli diceva le parole d'agonia e di minaccia, debole e tremante, in preda al gorgo elementare che aggirava la sua vita come un rottame o un'alga. Erano essi in fondo al lecceto, su lo sprone della collina proteso come un promontorio verso le maligne piagge grige, verso le crete gibbose e scagliose, verso le immense biancane senz'ombra. L'impeto e l'ebrezza del volo risorsero dal loro desiderio constretto. Essi riudirono il sibilo dell'elica, riebbero sul viso il vento della rapidità, sentirono nell'azzurro la bianchezza della grande Àrdea come il colore stesso della loro gioia aerea. Imaginarono di varcare lo spazio in un solo veleggio fino al Tirreno che luceva laggiù, di là dalla Valdera, di là dai Monti Pisani, tra Migliarino e Boccadarno. Sorvolarono la pineta del Tombolo, scesero su la prateria salmastra; ritrovarono la villa solitaria, la terrazza lastricata di maiolica, il tappeto della danza, i cuscini delle carezze.
— Isa! — chiamò Aldo dall'ombra dei lecci.
La sorella si volse. Per l'opacità verdastra ove cadeva l'oro solare crivellato dalla fronda, ella lo vide venire svelto e pieghevole con in pugno una fiaccola fumante. Vana e Lunella lo seguivano.
— Vuoi che scendiamo? — disse egli avvicinandosi e guardando i due trasognati con quel suo sguardo intollerabile ove il fosforo grigio sembrava crepitare come la ragia nella torcia.
— Sì, eccoci — rispose la sorella, accesa d'un rossore subitaneo che sgomenta aveva sentito salire alla sua faccia e più divampare nello sforzo vano di dissimularlo.
Il giovinetto teneva la fiaccola discosta e riversa bruciacchiando l'erba. Era vestito di tela bianca, aveva il capo scoperto, portava i sandali; e pareva che dalla sua negligente eleganza si rivelasse la proporzione del suo corpo degna di quella che segna il ritmo nella Cavalcata fidiaca.