— Che segreto? che segreto? — ripeteva Isabella sbigottita, entrando nel buio dietro i guizzi rossastri della torcia fumosa.
Tutti rabbrividivano, ché il gelo sotterraneo si faceva sempre più crudo.
— Lunella, hai freddo? hai paura?
La bimba si stringeva sempre più al braccio di Vana. L'orrore della tenebra la percosse. Ella s'arrestò di sùbito. Pontando i piedi, tentava di trascinare indietro la sorella.
— No, no, non voglio andare!
— Vieni, vieni, piccola. Non aver paura.
— Vieni. Guarda com'è bello!
Erano nella vasta tomba partita in quattro tribune e sorretta da immani pilastri tagliati nel medesimo tufo che cavato formava la volta. Le casse cinerarie biancicavano su lo zoccolo intorno sporgente; e le figure adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace, con nella destra la patera, il flabello, le tavolette. Ma su per i pilastri, ma su per la volta, ma su per le pareti una misteriosa vita serpeggiava s'intricava s'aggrovigliava, una vita di silenzio e di ribrezzo, vegetale e animale, tòrtile e pènsile, informe e multiforme, a cui gli sbattimenti intermessi della fiaccola parevan dare aspetto innumerevole di scaglie e d'ali, moto indistinto di palpito e di respiro.
— Forbicicchia, Forbicicchia, non aver paura. Guarda! — gridò Aldo sollevando il braccio con tutta la sua forza e percotendo con la torcia il viluppo strano.