LIBRO TERZO.
— Che orrore! Che orrore! — disse Orietta Malispini ritraendo graziosamente la sua bocca, piccola rotonda e rossa come una corbezzola, dietro il gran mazzo di mammole doppie ch'ella portava appuntato molto in alto, a sinistra del collo, contro la gota, quasi grande come la sua faccia. — Io non ho dormito tutta la notte.
— Ah, io confesso che mi piacerebbe d'essere amata così — disse Adimara Adimari, con un lungo brivido che parve correre anche su per la sua giacca di chinchilla tanto squisitamente accordata alle due perle grige e tiepide del suo sguardo.
— Compresa la catastrofe? — chiese Dorothy Hamilton, con quell'accento strambo che dava qualcosa di buffo a ogni sua parola, accavalciando una gamba su l'altra mascolinamente e scotendo la cenere della sua sigaretta di tabacco bruno.
— La catastrofe ma con salvazione.
— Con Salvatore.... Serra di Lubriano, dei Lancieri di Novara.
— Dolly, sei insopportabile.
— Io sono certa che se Driade potesse risuscitare dalle sue ceneri, si metterebbe a riamare disperatamente il suo assassino — disse Novella Aldobrandeschi senza cessare di toccar sé stessa con quei suoi gesti carezzevoli, ora strisciandosi il manicotto di martora sotto il mento, ora premendosi su le labbra qualcuno degli amuleti che portava in fascio appesi alla lunga catena, ora lisciandosi con le dita il ginocchio che tondeggiava sotto il velluto della gonna color tanè come i suoi caldissimi occhi. — Non ho ragione, Vana?