Esse ora si agitavano, intorno alla lunga coda del pianoforte di lacca bianca su cui erano dipinti leggeri festoni di edera legati con nodi d'oro. Sfogliavano i quaderni delle canzoni, cercavano.
— Questa.
— No, questa.
— Questa e più appassionata.
— Questa è più triste.
— Oh questa quanto mi piace!
— Non ho voce oggi — diceva la cantatrice, con un languore compiacente, mentre le dita di Novella scorrevano su la tastiera intente a legare, ad annodare le note con la stessa grazia ond'ella usava in continui gesti toccare sé stessa.
— Canta sottovoce.
Tutte tacquero, percorse da un lieve fremito, quando videro disegnarsi in lei l'attitudine nota, quando la videro intessere le mani dietro il dorso, portare il peso del corpo su la gamba destra, avanzare un poco la sinistra, piegare appena il ginocchio, sollevare lo scarno viso da cui il canto sembrava erompere come la polla che balza più in alto quanto più è costretta. «Ueber'm Garten....»
Fievoli furono le prime note, come un'esca che con pena s'accenda. Poi subitamente la voce divampò, tutto il petto ne arse. Il canto fu come la sonorità stessa dell'anima palesata fuori della bocca dolorosa. Ella cantava come se cantasse per l'ultima volta, come se si accomiatasse da quella corona di giovinezze e dalla sua propria giovinezza abbrancata dal destino. Cantava come la martire prima del supplizio, come quella a cui l'aveva assomigliata il fratello, prima d'esser legata alla ruota lacerante. Diceva addio alle sue eguali, addio alla dolce vita, addio alla primavera ricondotta nel cielo dalle rondini. Diceva: «Vedete come sono! Sono come voi, sono giovinetta come voi: quando eravate nella vostra culla, anch'io ero nella mia. Mia madre era dolce per me. Siamo cresciute insieme, abbiamo mescolato i nostri giuochi, i nostri gridi, le nostre risa, anche i nostri pianti. Vedete com'è puro il bianco dei miei occhi, come i capelli son fitti intorno alla mia fronte, su la mia nuca! Una purità era in me, una forza era in me, tutt'e due grandi. Questa voce era in me per cantare alla vita la mia melodia. Vedete come sono! Intatta. Nessuno mi ha toccata ancóra, nessuno mi ha baciata. Non ho avuta la mia parte né d'amore né di gioia. Quando m'inginocchiavo davanti a Lunella per chiedergli una delle sue imagini bianche, mi sentivo simile a lei. E una cosa orribile fu svelata a me che non ero se non una creatura ignara e inoffensiva. Qualcuno m'ha afferrata per i capelli, e mi ha sbattuta, e mi ha costretta a guardare quel che non si può guardare senza perdere le palpebre, senza che gli occhi rimangano nudi per sempre. Vedete come sono! Sono come voi, e non saprete mai tutte insieme, se vivrete cent'anni, tante cose quante io ne ho sapute in un giorno, in una notte, in un'ora, in un attimo. Uno sguardo mi ha maturata, una parola mi ha invecchiata, un silenzio mi ha fatta decrepita. Non sono più buona a vivere. Quando scenderò le scale, non saprò dove andrò, quel che farò. Vorrei cantare così forte che la grande vena mi scoppiasse e io cadessi tra le vostre braccia e fossi portata da voi là sopra il letto bianco di Simonetta, e ricoperta di questi fiori; perché c'è un male in me, che non mi perdona, e non so quel che io farò ma so che non potrò fare se non qualcosa di male. Non mi lasciate al mio demonio! Perché, perché m'avete raccontata la vendetta del pastore? Come l'invidio! Non soffre più. Non ha lasciato nulla del suo amore e del suo furore in terra, null'altro che un po' di cenere. Non soffre più. È in pace. Vedete come sono! E forse io canto come lui per l'ultima volta, intorno a un fuoco spaventoso. Ah, non mi lasciate uscire di qui, non mi lasciate tornare in quella casa, dove tutto brucia, tutto avvelena, tutto macchia. Tenetemi con voi, tra queste cose bianche. Credevo che non ce ne fossero più, nel mondo. Circondatemi come dianzi, serratemi in mezzo a voi, rifatemi quale ero, fate che io non sappia quello che so, toglietemi dall'orrore! Se mi lasciate andare, non mi vedrete più. Se me ne vado, qualcosa di male accadrà. Debbo dirvi addio? Vi do questo canto come il commiato? Ah, e sono come voi tanto giovine, e nessuno m'ha toccata ancóra, e avrei potuto essere tanto dolce, tanto fedele; e ho baciato il mio amore una sola volta, ma su la mano, ma nel buio di sotterra....» Altre parole correvano nel suo canto, queste erano dentro di lei, da lei non dette né udite: queste erano il silenzio in cui risonava il suo canto, erano lo spirito delle Pause. E inconsapevolmente le ascoltatrici commosse lo respiravano.