Non più esse chiedevano, non più sceglievano le canzoni. Ella medesima sfogliava con la mano febrile il quaderno sospeso su la tastiera, indicava a Novella la pagina, senza intervallo passava da un grido di amore a un grido di dolore, da un anelito per la vita a una invocazione della morte. Esse tutte s'abbandonavano al rapimento, si protendevano verso la potenza, in attitudini che sembravano palesare il rilievo della loro verità nascosto fino a quel punto dalla grazia fallace. Poggiavano la gota su la palma, il cubito sul ginocchio, annodavano le due mani e le ponevano presso il mento, col gesto di chi supplica, rovesciavano in dietro il capo e schiudevano all'aria le labbra come chi ha il petto scavato dall'ambascia. I loro volti erano mutati, come spogli di ciò che li adornava, non ricchi se non di ciò che esprimevano: volti di angeli neutri, sospesi tra l'inquietudine della lor natura incompiuta e la divinazione di tutte le possibilità. Sentivano esse in confuso che quella voce era la voce d'una vita simile alla loro ma giunta con uno sforzo di pena in un cammino ignoto al culmine dell'erta per ove esse salivano e tentata di precipitarsi dalla parte dell'ombra. Sentivano in confuso lo strazio del commiato, alenando nel silenzio delle parole non dette. E quell'oceano amaro che ondeggia in tutte le creature viventi fra culla e tomba e in tutte s'adegua all'altezza del ciglio, lo sentivano presso a traboccare, e lo contenevano.
Ma la cantatrice voltò la pagina con un atto quasi rude; e, come la pagina si rialzava, la calcò sul quaderno col pollice prono. Disse:
— L'ultima.
Un poco si scrollò, inarcando le reni: parve più diritta. S'asciugò col fazzoletto la bocca ch'era ardente come quella ove schiuma l'ansia sibillina dei vaticinii. Poi riprese la sua attitudine. S'era fatta l'ombra nella stanza. Le candele del leggìo la rischiaravano sotto il mento. Un gran ramo bianco di lilla, alzato da un lungo stelo di vetro opalino, le sovrastava come il gonfalone della sua primavera. La sua persona pareva la figura inversa dell'arte di Lunella, nera sul bianco della cassa armonica. Tali la videro le eguali, per non più dimenticarla.
E l'ultima canzone fu la più breve: una melodia composta su le piccole parole d'un grande dolore, larga e grave come un corale; la cui brevità pareva prolungarsi in una infinita eco. «Anfangs wollt' ich fast verzagen....»
«Ah, ma solamente non mi domandate come, non mi domandate come!» diceva anche il silenzio delle Pause.
Tutte erano fise in lei. Ed ella, che fino a quel punto aveva fisato il suo demonio, le guardò; a una a una le guardò, lasciò impressa in ciascuna la sua imagine. E un lieve tremito salì nella sua voce. «Aber fragt mich nur nicht wie....»
Allora il pianto traboccò, all'improvviso, perché il pianto era già all'altezza del ciglio. Fu Adimara quella che prima pianse; e la seconda fu Simonetta; e le altre sùbito s'abbandonarono. E l'ultima nota restò nella gola formata dal groppo, perché un singhiozzo soffocato aveva rotto il silenzio delle lacrime. E tutte allora si levarono e s'appressarono a Vana, e la strinsero, e piansero sopra di lei; e non sapevano perché piangessero.
— Vanina, Vanina, perché ci fai piangere?
Ella sentì che l'abbandonavano, che il commiato era dato, che ciascuna aveva le sue forze e le sue sorti, che laggiù c'era una scala da scendere, poi c'era la strada, la casa, la notte ignota.