— Che ordini ha per il pranzo?

— Nessuno.

— Non pranza?

— Non ho voglia.

— Si sente poco bene?

— Chiamate Francesca.

La donna uscì. Ella rimase nella vasta camera di damasco verde, che odorava di gelsomino come l'estate del giardino di Volterra. Il gran letto era preparato; la lunga camicia molle e trasparente era posata su la rimboccatura orlata di pizzo. Su la tavola della specchiera brillavano innumerevoli cristalli metalli avorii: fiale d'essenze, scatole di cosmetici, pettini e spazzole di varia densità, in bacili o in custodie arnesi più sottili e più diversi che quelli di qualsiasi altra arte, tutti gli strumenti e tutti i segreti addetti al culto del corpo trionfale.

Per l'ultima volta la potenza dell'odio creò di tutto rilievo la figura ondeggiante con la pieghevolezza delle malvage murene. — Aveva vinto, aveva vinto ancóra! Ancóra una volta, certo, aveva inebriato di voluttà e di menzogna la bestia ruggente! Era incolume. L'ora del pericolo era trascorsa. Non schiacciata dall'ira, non gittata sul lastrico ma creduta, ma temuta, ma ripresa, a rabbia e a infamia della delatrice. — Le imaginazioni vergognose assalivano la misera. Ella rivide la bestia orrenda affacciarsi tra la fronte e la gola di colui ch'ella aveva amato sopra la vita e sopra la morte. E dalla selvaggia repulsione risorse la forza; si raddrizzarono le vertebre nella schiena, un tenace nodo di potenza si riformò nell'anima; un sovrano dispregio fiammeggiò nello stretto viso senza carne, sotto la massa della chioma piantata intorno alla fronte come quel torsello ch'è imposto al capo il qual debba sollevare grande peso.

Sùbito pensò ch'era disarmata e che le bisognava l'arme sicura. Seguendo un ricordo ben distinto, cercò intorno, qua e là. Vide luccicare quel che cercava: un pugnaletto turchesco dal manico di calcedonio, già appartenuto a quell'Andronica Inghirami il cui nome è scolpito nella pietra fessa d'un architrave, alla Badia, insieme col nome d'Ugo Riccobaldi, sopra uno scudo a tre stelle. Lo prese, lo nascose, uscì. Tornò alle sue stanze.

Vigilò sé stessa come il guerriero il quale tema che un pensiero ignavo penetri per la fenditura del suo casco. Non ebbe pietà di sé, né di nessuno, fuorché di Lunella. Resistette alla tentazione di rivederla; resistette a un'altra tentazione disperata che l'afferrò un istante: quella di non lasciarla nella casa dell'ignominia, quella di portarla via con sé dove nessuna profanazione poteva giungere mai. «Dio ti guardi! Dio ti salvi! Se l'anima è immortale, io stessa ti guarderò come dianzi quando tu non mi vedevi.»