Paolo Tarsis era uscito dalla sua casa, poco dopo lo sciagurato dibattito. Aveva raccolto tutta la sua virtù per dominare il suo dolore e il suo furore. Aveva esitato, prima di dirigersi verso il nascondiglio dei suoi piaceri. Poi aveva risoluto di affrontare il rischio.
Contratto sul suo spasimo, aspettava la donna.
Ella giunse con uno di quei suoi movimenti aerosi che la facevano pur sempre assomigliare a Ornìtio, con la bocca splendida a traverso il velo, con l'impeto e con la grazia in ogni piega delle sue vesti.
— Aini, Aini, sono qui. Dormivi?
Egli non s'era levato, non le era andato incontro, non l'aveva di sùbito avviluppata nel suo desiderio inesausto, non le aveva sollevato il velo con la mano impaziente per divorarle le labbra, non l'aveva abbattuta sul tappeto ancor tutta anelante, come un violatore micidiale, rinnovandole quella paura che la faceva gioire più d'ogni dolcezza. Perché? S'era addormentato aspettandola? era stordito dal sonno?
Ancóra col barbaglio dell'aria aperta, non lo vedeva bene sul divano immerso nell'ombra. Rapidamente si tolse il velo e il cappello; poi, sfilandosi i guanti, si avvicinò, si chinò verso lui muto. Non più abbagliata, scorse d'improvviso gli immobili occhi che la guardavano; e gittò un piccolo grido.
— Ah, Paolo! Mi vuoi spaventare?
Era come in quel giorno marino, come quando ella aveva raccolta presso il davanzale la rondinella loquace.