E per la terza volta l'ingiuria percosse la donna sul viso.

— Ora vattene.

Egli si levò, minaccioso.

— Impazzisci? — ripetè ella, con la voce che le si rompeva tra le mascelle come sconnesse.

— Vattene, se non vuoi che io ti getti su la strada.

— Paolo! Paolo!

In un baleno ella aveva compreso. Aveva la colpa nelle midolle, che gridava contro di lei. La sua faccia pareva distrutta, simile a un pugno di cenere. Non una vena in lei, che non fosse vuota; non una giuntura, che non si snodasse; non un muscolo, che non tremasse sotto la pelle abbandonata dal calore. Era stroncata, era perduta, era un fasciume da gettare sul lastrico, veramente. E una forza pronta proruppe dal suo profondo per salvarla, una forza che le rimise il cuore nel mezzo del petto, che le riempì le vene, che le rannodò le giunture, che le rassodò i muscoli, che le ricolorò la faccia, che le concitò la voce: la forza viva e invitta della menzogna, più potente che i nervi i tendini e il sangue. L'uomo, che l'aveva annientata, la vide moltiplicarsi come un mostro che schiacciato rinasca e si rigonfi e si dirami in più tentacoli tenaci.

— Che pazzia t'ha preso, così, a un tratto? di che t'hanno abbeverato per farti così bruto? Mi ingiurii, mi scacci; e credi che non sia necessario dire una qualunque ragione! Sei un insensato. Ho pietà di te.

Lo sdegno esalava dalla sua attitudine, ardeva nella sua parola. Senza grido, quasi pacato, egli confermò:

— Ho detto quel che sei. E nessuna della tua specie ti eguaglia nell'impudenza. Non vale che io parli.