Ella non poteva sopportare quella rampogna acre non di collera ma di mal dissimulata bramosìa, quella doglia angusta come ogni doglia carnale, come un bruciore, come una slogatura, come un taglio. Ancóra una volta ella vedeva l'uomo diminuito, trasformato in noiosa belva; vedeva l'Amore chino su quattro piedi e privo della bella fronte. «Ah, non mi dire le ingiurie che tu diresti a qualunque altra donna per svergognarla! Ma dimmi una parola ch'entri in me quale sono, che tocchi me quale sono, e che mi agiti e che mi sconvolga e che tragga dal mio profondo questa mia forza ignota di cui sono inferma, questa mia novità nascosta di cui ho la febbre come d'un germe che sia per isvilupparsi e per cangiarmi. Dimmi quella parola; o taci, e flagellami!» E la fronte del fratello, e l'ardua malinconia di quelle pupille così perspicaci, e quelle labbra così cupide e così scontente, e tutte quelle linee di pensiero e di divinazione, e tutte quelle vampe di precocità terribile emergevano in contrasto con la brutale oppressura che le toglieva perfino l'energia di mentire. Ella non ascoltava più, ma udiva nella voce il ruggito soffocato del desiderio.
— Non rispondi?
Egli a un tratto l'aveva presa per le spalle e la squassava. Ella rimaneva inerte, aspettando. Egli la lasciò, indietreggiò, con un gran fremito:
— Vattene, — disse — vattene. Non voglio ucciderti.
Ella si levò e disse:
— Vado.
Erano l'una di fronte all'altro. Ella non lo guardava ma sapeva che tutta la vita di lui era protesa verso una fatalità a cui nessuna forza né umana né divina avrebbe potuto opporsi.
— Vado.
Si volse per raccogliere i guanti, il cappello, il velo.
— Addio.