— Perdonami, perdonami! — proruppe disperato. — È vero, è vero: sono folle e sono vile. È vero. Perdonami, perdonami. Isabella!

Era folle di rimorso, di pietà e di passione. Tremando le disgiunse le braccia; e scoprì i segni delle percosse, scoprì tutto quel povero viso disfatto che impregnavano le lacrime come se dalla palpebra le si fossero diffuse sotto la pelle.

— Mi perdoni? Mi perdoni?

Egli si torceva d'angoscia, tendendole le mani, premendo quelle mani su la sua voce supplichevole ch'era l'anima sua stessa divelta.

— Mi perdoni?

E da quel dissolvimento nel pianto, da quelle povere gote solcate e péste, da quel mento che pareva smagrito nella lugubre ora, da tutta la persona menomata e come annodata nella doglia, anche una volta si formò qualcosa di breve e d'infinito, qualcosa di fuggevole e di eterno, di consueto e d'incomparabile: lo sguardo, quello sguardo.

E fu tutto. E rimasero prostrati, l'una contro l'altro, là dove avevano commesso l'oscuro assassinio, prostrati senza parola, vinti da un amore ch'era più grande del loro amore e che forse tornava dal luogo della bellezza dilaniata e derelitta.

— Mi ami? — chiese egli, con un soffio in cui spirò l'intera sua vita.

Ella gli si piegò addosso con una di quelle sue dedizioni a cui nulla resisteva, con una di quelle sue fluidità ond'ella eguagliava la veste bagnata che aderisce alle membra, l'olio versato che assume la forma della lampada ove si acquieta e risplende.

— Alzati, — egli pregò — vieni. Lascia che io ti porti.