Poi si scosse; battè più volte le palpebre, per fugare da sé un'aura che l'agitava; si premette col dorso della mano la bocca, e guardò il dorso su cui rimaneva una traccia sanguigna. Egli moriva d'angoscia, di vergogna e di tenerezza guardando il piccolo viso disfatto, le palpebre gonfie e rosse, la bocca ferita.

— Isabella! — chiamò come si chiama per risvegliare qualcuno.

— Sono qui — ella rispose.

— Mi pareva che dicessi cose strane.

— Che dicevo?

— Vieni. Lascia che io ti spogli, che io ti lavi. Rimani qui con me. Ti supplico! Ripòsati accanto a me. Non te n'andare. È impossibile che noi ci separiamo stasera.

— Bisogna che io vada. M'aspettano.

— Di qui puoi avvertire Chiaretta. Non te n'andare, non mi lasciare stasera, Isabella.

Egli l'accarezzava perdutamente. Ella si persuase, si lasciò trarre nella stanza attigua. E per qualche istante l'illusione li avvolse. Credettero di essere in una delle loro sere di festa segreta, quando le stanze erano piene di fiori, quando pranzavano a una piccola tavola coperta di delicatezze, quando ella si svestiva per rimaner nuda sotto una di quelle lunghissime sciarpe di garza colorate ora da uno Gnomo ora da un Silfo.

Egli uscì per dare gli ordini alla donna abile e discreta che accudiva al servizio. Rientrando, trovò Isabella che si guardava nello specchio minutamente i segni dei colpi nella faccia. Ella aveva su la fronte una lunga scalfittura rossa; un'altra scalfittura sul collo, sotto l'orecchio destro; un gonfiore nerastro al labbro di sopra, e qua e là lividure che cominciavano a scurirsi. Sorrise nello specchio, senza volgersi; e la contrattura le fece dolere il labbro.