Come ella gli voltava le spalle per lasciarsi sganciare, disse all'improvviso con una gravità senz'amarezza:

— Vana m'ha accusata a te.

— No. T'inganni.

— Vana è stata da te oggi.

— T'inganni.

— Povera piccola dolce!

Una tristezza e una pietà infinite erano nel suo accento. E la carne di lui, nello scoprire quella nudità, conobbe un tremito nuovo.

Egli l'aveva veduta triste, gaia, tenera, lasciva, irata, crudele; l'aveva veduta in tutti gli aspetti, ma non mai in quello. Era come una gravità rassegnata, pacata, e intenta.

— Vedi? — ella disse, guardandosi sul braccio una macchia scura come d'inchiostro. — Il mio vero sangue è nero.

Ella aveva sfilate le braccia dalle maniche, quelle braccia non molli ma salde che pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita come una ghirlanda rinnovata a ogni alba. Nude le larghe spalle emergevano, e le piccole mammelle sul petto largo come il petto delle Muse vocali, dall'ossatura palese di sotto i muscoli smilzi. L'orlo della camicia era squisito di scollo e di ricamo, il busto connesso aveva la tenuità e la perfezione d'un calice florale, ingegnosi e preziosi di fibbie e di nodi erano i legàccioli che di là si partivano a rattenere le calze, tutti gli invòlucri partecipavano dell'intima grazia e sembravano arricchirsi e affinarsi quanto più s'avvicinavano alla pelle; ma ora cadevano come ingombri morbidi, disdicevoli a quel corpo come a una statua severa, quasi respinti da una severità superba che ingrandiva e poliva ogni rilievo a simiglianza del sasso. Quando, tolta la scarpa, ella fece macchinalmente il gesto consueto tirando la punta della calza rimasta aderente all'unghia del pollice, egli ne fu attonito come d'una piccola maniera femminina che contrastasse a quella potenza. In ginocchio, sguainò egli stesso le lunghe gambe lisce. E così ella fu tutta nuda, senza sorridere.