— Ora vattene — disse.
Ricomparve nella stanza ov'era preparata la piccola tavola, portando una di quelle tuniche a mille pieghe che, quando erano vedove del suo corpo, si ristringevano a guisa di corde bene attorte e, quando ella vi s'insinuava agilmente per la testa, s'aprivano a guisa di ventagli numerosi. Quella era d'un nero blu ramificata di verde, con la fimbria stampata in sanguigno d'un fregio di polpi al modo fenicio.
— I garofani di Boccadarno? — disse vedendo su la mensa angusta i grandi fiori scapigliati color d'ardesia.
S'era riacceso in lui il fuoco torbido.
Ella mangiava interrottamente, qualche volta con una voracità subitanea, qualche volta con una ripugnanza penosa. Aveva su la fronte la scalfittura rossa, sul braccio la chiazza fosca, nel labbro il gonfiore livido. Ed il silenzio era interrotto a quando a quando da un clamore di popolo, che veniva da un anfiteatro vicino.
— Ti ricordi della sera che ti fidanzai? Ti chiamavo Madschnun. Ti raccontavo la storia della gazzella liberata, ti parlavo del mio giardino di gelsomini. Te ne ricordi?
— Sì — egli rispondeva, con quel suo viso che non aveva se non il colore dell'osso in cui era sculto.
— Poi ti parlai di Vana, della passione di Vana. Poi ti parlai del piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, ch'ella m'aveva offerto a Mantova, nella stanza del Labirinto, per asciugare il sangue del primo bacio. Te ne ricordi?
— Sì — rispondeva egli con un sordo tonfo nel petto, riudendo dentro di sé la voce infiammata della vergine olivastra, come portatagli da una ràffica di tempesta.
— Ah, perché dunque non è venuta col suo piccolo fazzoletto e non me l'ha offerto un'altra volta per asciugare la mia bocca che ha sanguinato sotto il tuo pugno, Aini?