E invano. Ricaddero, estenuati.

Egli rimase giù, come esanime. Ella si risollevò sul gomito, implacabile; e guardò le mura, ascoltò la notte, palpitò d'aspettazione. Tutto era silenzio. Il clamore dell'anfiteatro era cessato. L'orecchio vigile percepì il gemitìo d'una cannella nel piccolo giardino. Seguendo quel suono, il cuore si riempiva d'un'onda penosa, traboccava e poi si vuotava.

— Che ascolti? — mormorò il giacente, senz'aprire gli occhi.

Ella lo guardò. Egli giaceva sul fianco sinistro, riverso il capo, sottoposto il pugno e il polso alla gota, piegato una gamba sotto l'altra distesa e disteso il braccio lungh'esso quel fianco sino alla coscia nervosa, simile a un Tebano che non avesse sciolto l'enigma ferale ma avesse provato la mammella e la branca della Sfinge. Non aveva le sue armi accanto a sé, era inerme e spoglio; appariva tuttavia della razza guerriera, della specie espedita, col ventre depresso tra le costole e il pube, con le clavicole risentite ond'emergeva il collo asciutto, con l'omero prominente e liscio come il ciòttolo, col torace saldo come il corbame della carena, con i piedi magri che palesavano le cinque corde. Nessuna mollezza: abolito tutto ciò che è molle, fuorché il frutto della bocca; ma contrapposizione ed equilibrio di forze come nell'architettura dorica, proporzione nella solidità. Il teschio traspariva di sotto alla màcie ben modellato dal divino vasaio; l'occhio era incastrato sotto l'arco del sopracciglio, come una virtù inflessibile; la fronte non aveva se non una sola ruga ma verticale, nella linea delle cose confitte, ma fiera come una cicatrice inveterata; il naso di retto profilo era nettissimo, come le cose che separano.

Ella lo guardava disgiunto da sé, eppure ossa delle sue ossa, carne della sua carne; lo guardava solitario, serrato con tutto il congegno delle membra intorno al selvaggio dolore, eppure indissolubile.

Era l'ultima notte, l'ultima volta? Palpitò in tutte le fibre, chinandosi sul corpo vinto; e con la voce delle sue viscere anelò:

— Si muore?

E non seppe perché così dicesse; ed egli non rispose, ma si stirò come chi rende lo spirito.

E in lei lo spirito si confuse. Un senso confuso di duplicità era nel suo corpo. Ella si sforzava all'attenzione, ma non udiva più il rumore dell'acqua né altro rumore conoscibile. Il silenzio viveva ingannevole, traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli. A un tratto le parve di riudire il passo della notte di Volterra, quel passo continuo e indistinto che l'aveva empita di spavento.

Gittò un urlo: