— Ahi! — gemeva, perché le lividure le dolevano, perché ora il suo dolore era fatto di tanti piccoli dolori.

Ma a poco a poco da quel viluppo un lento bene si generava come dall'innesto quando s'appiglia e la pianta innestata sparge le vene con l'altra e un medesimo succo le addolcisce e nutre.

— Ahi! — ella gemeva; ma non era più il lamento puerile.

Era l'allarme del desiderio assalitore. E il sangue aumentava, e le vene si gonfiavano, e le ossa si rinforzavano. Ed ella ridiveniva grande e potente. E anche una volta ritentavano essi di fare con le loro due vite una morte che fosse simile a un'altra vita.

Ella diceva:

— Si muore.

Ma non sapeva di ripetere una parola già detta, e forse detta verso un altro mistero.

E ricaddero, e si risollevarono. E la notte si consumava. E ricaddero come per non più rialzarsi. Il sonno bestiale piombò su i loro corpi schiumanti, li schiacciò. E per gli interstizii degli scuri entrava il giorno, prima pallido, poi raggiante. E i colpi all'improvviso battuti sopra l'uscio del corridoio non ruppero quel sonno ch'era veramente il fratello del nero dèmone.

Sentendosi scuotere, la misera si svegliò con un sobbalzo; e urlò di nuovo terrore perché credette di vedere al suo capezzale la femmina dai capelli rossicci e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi albini, la femmina che portava l'odore sinistro nel grembiule rigato, la cucitrice del lenzuolo ov'ella aveva trovato quel sonno.

Non era, ancóra non era.