— Come posso? Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto....
Una voce estranea interruppe bruscamente la comunicazione, fra uno scampanellìo assordante. Quando egli uscì dalla cabina, tutti si volsero a guardarlo, tanto il suo aspetto era miserabile.
Non respirava più. Gli pareva che non avrebbe più potuto respirare se non in quella bocca disseccata dall'aridità della follìa. Sospingeva la macchina col suo cuore, su per l'erta, intentissimo ai ritmi di tutti i congegni, sapendo che la sorte era congiunta allo scocco d'una scintilla, al distacco d'un filo. Era a pochi chilometri dal Covigliaio, nell'Apennino, quando s'accorse che il motore non pulsava più. Egli stesso non aveva più palpito. Il meccanico scosse il capo e corrugò le sopracciglia, indovinando il guasto al magnete. Ogni tentativo fu vano. Rimasero fermi su la strada, nella solitudine.
Come passava una vettura di posta, Paolo si fece portare fino al Covigliaio per chiedere aiuto. Eran quasi le cinque; e la sua ansietà s'aggravava di presentimenti funesti. Tornò indietro con un meccanico addetto all'albergo. Dopo un'ora di lavoro la macchina ricominciò a camminare. Percorso un chilometro appena, si fermò: stette là, su la strada solitaria, ammasso pesante e inerte, con l'aspetto ottuso dei bruti caparbii, resistendo a ogni stimolo, a ogni industria. E la disperazione prese l'uomo.
Il tempo era lentissimo. Il giorno si consumava. Una grande serenità pendeva su la montagna deserta. Tutte le cime si doravano e le ombre si facevano quasi rosee. La luna insensibile, d'una delicatezza quasi carnale, priva di raggi, con una vita senza fuoco, saliva di dietro un culmine ch'era simile a un òmero che ritenesse il lembo d'una tenue tunica violetta. Ed egli ripensò il plenilunio d'agosto su la marina pisana, la bianca terrazza coronata d'oleandri, la danza degli orizzonti, il mimo dell'ape. Dov'era, che faceva in quell'ora Isabella? Andava forse al nascondiglio? E lo trovava chiuso!
Il tempo fluiva, la luce diminuiva. Gli sforzi per sanare il congegno infermo erano vanissimi. In che modo avrebbe potuto egli giungere alla città? Omai la speranza di riaccordare il motore era perduta. Stava in ascolto per distinguere un indizio lontano, per scoprire se qualche veicolo si avvicinasse; quando in fatti udì nel valico il rombo ben noto.
Si credette salvo. Riconobbe la macchina di Maffeo della Genga, carica di donne velate e incappucciate. Era un'allegra compagnia. Com'egli domandò soccorso, da prima gli fu dato il meccanico perché col suo facesse un ultimo tentativo. Poi, come cadeva la sera, gli fu offerto d'incastrarsi fra i posti occupati.
Ripartirono lasciando su la strada la carcassa inànime. Dal Covigliaio mandarono buoi a tirarla. Filarono su Firenze senz'altri indugi. La montagna era tutta violacea. Faceva freddo. La compagnia si rattristava, serrata e silenziosa. Paolo sentiva che ogni minuto aveva un'importanza incalcolabile e ch'egli correva verso una catastrofe oscura. Certo, ogni minuto aveva il suo peso; e nei pressi di Pratolino ne andaron perduti dieci per accendere i fanali mal pronti. Eran passate le otto quando entrarono in città. Paolo fu deposto alla porta del suo rifugio d'amore. Ringraziò breve: aprì il primo cancello, fece per entrare. Ma un domestico dell'appartamento di sopra venne giù per le scale come se lo aspettasse e dovesse dirgli qualcosa.
Si scusò; poi su la soglia, a bassa voce, gli disse:
— Dianzi, potevan essere circa le otto, abbiamo sentito sonare il Suo campanello e battere alla Sua porta con insistenza. Poco dopo, un uomo è salito su per le scale e con malo modo ha incominciato a battere alla nostra porta gridando: «Aprite! Siamo agenti di polizia. Questa donna non appartiene a questa casa? Aprite, o gettiamo giù l'uscio.» E seguitava a picchiare coi calci e coi pugni imbestiato. La mia padrona sbigottita non voleva che io aprissi. Allora mi son fatto al finestrino, e ho veduto giù per le scale appoggiata alla ringhiera una signora alta, snella, che m'è parso di riconoscere per quella ch'è solita venire qui da Lei. Un altro uomo era accanto alla signora, che sembrava impietrita. Al mio diniego, la guardia insisteva. Persuaso finalmente che noi non si voleva aprire e che la signora non apparteneva alla nostra casa, egli è disceso con l'altro e ha ripreso lo strepito qui alla Sua porta. Ho udito confusamente la signora disperarsi e dire con la voce soffocata: «Lasciatemi! Lasciatemi! Non sono quella.» Non potevo far nulla per soccorrerla perché Mrs. Culmer sbigottita m'impediva di uscire. Ma, nell'affacciarmi per un attimo alla finestra, ho veduto la signora salire in una vettura pubblica che aspettava su la via e andarsene accompagnata dai due uomini seduti l'uno a fianco e l'altro di fronte. Nell'oscurità non ho potuto scorgere il numero della vettura; ma, un momento prima che la signora montasse, avevo chiesto al vetturino: «Dove avete presa quella signora?» e m'è parso ch'egli mi abbia risposto: «In Piazza d'Azeglio.» Saranno dieci minuti, appena, che ho visto la vettura scomparire in fondo alla via. S'Ella fosse arrivata dieci minuti prima, l'avrebbe trovata ancóra qui!