Il primo impeto fu di correre in fondo alla via. Ma, dopo qualche passo, Paolo riconobbe l'inutilità dell'inseguimento senza tracce. Rientrò. Si precipitò al telefono. Non poté ottenere la comunicazione perché di laggiù nessuno rispondeva. Egli cercava di tenere in pugno la sua volontà e di non perdere la lucidezza; ma le più strane imaginazioni assalivano il suo cervello. Che mai poteva essere accaduto? Com'era ella capitata in mano delle due guardie? L'avevano trovata forse vaneggiante per la strada e avevano tentato di ricondurla? Ella stessa aveva dato l'indirizzo segreto? E perché le guardie con quell'insistenza e con quella brutalità pretendevano di entrare nella casa di Mrs. Culmer? O forse si trattava di una estorsione tentata da due sconosciuti che, per compierla, simulavano di essere due agenti di polizia? E dove dunque portavano la misera? Che facevano di lei?
Ecco che l'orrore nella cabina cupa non era l'estremo; né l'estremo era pur quello, certo.
«Bisogna trovarla; bisogna sapere» diceva egli disperandosi sotto i lampi sinistri di tutte le imaginazioni. Il profumo del gelsomino di Volterra emanava dalla stanza verde. La tunica nerazzurra era sospesa alla lettiera, con le sue mille pieghe richiuse, come una corda attorta. Allora gli ritornarono nella memoria le parole strane ch'ella aveva balbettate, l'ultima sera, prima di spogliarsi: «Non mi lasceranno più rientrare. Certo mi spìano. Certo ora sanno che io sono qui.... Lo Sciacallo! Mio padre e lo Sciacallo.» Poteva essere che quei due avessero tramato l'infamia?
Raccolse il suo coraggio; si dispose a uscire; si preparò a tutto. Prima d'ogni altra ricerca, bisognava andare alla Questura, nel caso che i due uomini fossero veramente due guardie e potessero averla condotta nell'asilo di vergogna. Andò. Sentì l'odore singolare che, con quello dell'ospedale e della prigione, è fra i più tristi in terra. Un affaccendamento misterioso agitava le sale, gli anditi; i campanelli tintinnivano di continuo; s'udiva qualcuno singhiozzare e implorare, dietro un uscio. Un ceffo giallognolo sotto la visiera d'un chepì faceva pensare che veramente la Natura ha fatto del volto umano il suo luogo più orrido.
Fu ricevuto da un ispettore cortese, quasi con unzione. La Questura ignorava tutto. Nessun ordine era stato dato. Nessun rapporto era pervenuto. Nessuna signora era stata condotta in camera di sicurezza. Inoltre era da escludersi che quelle due persone fossero veri agenti, considerato il contegno brutale d'una di loro. Gli agenti, come si sa, per penetrare in una casa chiusa, adoperano altri metodi: non la violenza ma la scaltrezza, non la forza ma lo stratagemma. Ad ogni modo l'ispettore cortese prometteva di mettersi subito all'opera per chiarire il mistero.
Mancava un quarto d'ora alle undici. Cresceva la notte. Che fare? Che pensare? Come attendere? Si trattava forse d'un sequestro di persona? compiuto da chi? per mandato di chi? a qual fine? E le parole della povera trasognante, balbettate di sotto il labbro gonfio, di sotto la genciva sanguinolenta, gli sonavano sempre sul sospetto: «Lo Sciacallo. Mio padre e lo Sciacallo.»
Risolse di andare al Borgo degli Albizzi. Il palagio era chiuso, impenetrabile nelle commettiture delle sue bugne di pietra forte. Non appariva nessun lume alle finestre. Nessun indizio di vita esciva da quel masso di solidità, di silenzio e d'ombra. Al suono del campanello, nessuno rispose. Egli persistette, risoluto a qualunque audacia. Finalmente nella finestra del mezzanino, sopra il portone, apparve il portinaio mormorando:
— Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.
— La signora non è rientrata?
— Non c'è nessuno.