— Ma la signora oggi c'era.
— Ora non c'è.
— Dov'è andata?
— Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.
La finestra si rabbuiò. La porta, con le sue formelle e i suoi chiodi, era incrollabile. La mole di pietra taceva deserta.
Egli tornò alla Questura: l'ispettore aveva fatto ricerche in tutti i posti della città, inutilmente. Tornò alla casa di Mrs. Culmer; svegliò il domestico; lo interrogò ancóra, con più acume, con più pazienza. Dalle risposte, un dubbio crudelissimo cominciò a straziarlo.
Tentò di nuovo il telefono. Nessuno rispondeva. Gli parve di udire squillare il campanello nel buio del palazzo abbandonato. Dov'era ella? dov'era? dove la trascinavano?
Non pensò di coricarsi, d'aspettare il giorno nell'immobilità. Uscì di nuovo, per la terza volta, vincendo la ripugnanza, penetrò nell'antro poliziesco. Nessuna notizia. Come più cresceva la notte, il luogo diveniva più lugubre. Nel silenzio, pareva che sola una pentola putrida bollisse.
Era stanco, era digiuno, ma non trovava requie. Ripassò pel Borgo degli Albizzi, spiò le finestre, interrogò la pietra, sussultò a ogni rumore di ruote o di passi. Spinto dalla frenesia del tormento, andò vagando in quella Piazza d'Azeglio nominata dal domestico, intorno a quel giardino pubblico dove la sera si pongono in agguato le meretrici. Leggeri velli aerei scorrevano su le cime degli alberi, bianchi di luna. Nel silenzio non s'udiva se non l'urto dello zoccolo di qualche cavallo da troppe ore fermo su le sue quattro zampe indolenzite. Egli interrogò i due o tre vetturini che sonnecchiavano in serpe. Non seppero dirgli nulla; non seppero se non soffiargli in viso i loro fiati fetidi di zozza.
Alfine, non reggendo più alla nausea e alla fatica, rientrò nella sua vera casa, in quella dov'era venuta Vana a rivelare la cosa mostruosa. «Ho divinato, ho veduto, ho udito.»