Non dormì. Si mondò di tanta infezione e di tanto fango. Ritornò nell'altra casa, al mattino. L'ispettore cortese aveva promesso di mandargli un uomo di polizia per recar notizie e per raccogliere la testimonianza del domestico di Mrs. Culmer. Egli era omai rassegnato a patire tutte le onte, come un supplizio che è inevitabile ma che deve avere la sua fine. «Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota — quando io abbia passato la linea.»

Il delegato sopraggiunse: una figura ambigua, lividiccia, viscida, con una fronte sfuggente, con un mento sfuggente, con occhi fuggevoli. Era la mutazione umana dell'anguilla d'Aristotele, né maschio né femmina, nata da quella sua gran madre universale Putredine.

Sùbito disse:

— La signora è in casa, è da ieri sera nel suo palazzo. L'ispettore stamani, appena aperto il portone, ha interrogato il portinaio e lo ha costretto a dire la verità. La signora fu ricondotta iersera verso le dieci da due uomini, dei quali uno si dichiarò agente di polizia e nel riconsegnare la signora stese un verbale. Nessun rapporto però è giunto e non si sa ancóra quel che sia accaduto. Ora, s'Ella permette, interrogherò il domestico.

Il domestico scese e ripeté il racconto. Ma fu accertato che, avanti il suo accorrere, una donna di servizio aveva avuto con la presunta guardia il primo scambio di parole.

Venne la donna. Era grassa e placida, con piccoli occhi porcini. Mentre cianciava ella aveva dietro di sé il divano ove nell'ora del vituperio Isabella s'era abbandonata quasi prona prendendosi la faccia tra le palme. Egli la rivedeva là, contro i cuscini, con la sua pallida nuca impudica, con le sue spalle piane, con le sue reni falcate, con la sua lunga coscia obliqua, con le gambe fuor della gonna nelle guaine lucide. E, come la donna cianciava, l'avventura si faceva più orribile; il dubbio crudelissimo diveniva certezza. E gli parve che la parola vituperosa a un tratto riecheggiasse nella stanza, ove sul tappeto brillava una lunga spada di sole.

Egli rifaceva il cammino. — La vettura publica giunse con le tre persone. Uno dei due uomini, un giovine magro con un abito grigio a righe, dopo aver sonato e picchiato alla porta di giù, salì e cominciò a strepitare dinanzi alla porta di Mrs. Culmer. Dal suo contegno appariva ch'egli avesse sorpresa nella piazza quella sconosciuta e l'avesse creduta un'adescatrice di passanti! Chiestole l'indirizzo, egli l'aveva ricondotta là credendo che quella casa fosse una specie di ritrovo galante. S'adirava e strepitava perché credeva che «la padrona» si rifiutasse di aprire per evitar perquisizioni pericolose. Per ciò gridava: «Questa donna non appartiene a questa casa? Chiamate la padrona. Fateci parlare con la padrona.» Tutte maniere significative. E la donna dava un indizio ancor più grave. La guardia si rivolgeva alla sconosciuta e le domandava: «Ma che facevate voi, nel tal luogo, che facevate?» La testimone però non si ricordava del luogo nominato; ma anch'ella credeva fosse quella piazza.

Allora la bipede anguilla, evitando sempre di guardare gli occhi chiari, disse:

— Mi sembra che la cosa si vada illuminando. È probabile che si tratti veramente d'una guardia. La guardia deve aver trovata la signora in Piazza d'Azeglio, che appunto verso sera è mal frequentata nell'ombra del giardino. Colpito dal contegno strano, ha commesso l'errore.... Faremo le ricerche. Sapremo tutta la verità.

Paolo udiva la parola di vituperio risonare nella stanza, una volta, due volte, tre volte; e, dopo ciascuna volta, una pausa come dopo un colpo che atterra. Rivedeva quella faccia distrutta, simile a un pugno di cenere. Poi risentiva soffiare su sé la feroce insània, rivedeva sé nell'atto di percuotere l'atterrata sul viso su le braccia sul petto, ruggendo l'ingiuria.