Poteva il destino schiacciare la povera creatura con un calcagno più lurido? Quale invenzione mai poteva eguagliare quella realtà? L'ultimo urto per abbattere quella ragione vacillante era stato dato dal caso con una sapienza degna della più lenta premeditazione. E l'ultima voce, udita a traverso la nera distanza, non pareva avere annunziato l'infamia? «Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto....» L'avevano presa per un'adescatrice di passanti in un giardino publico. Certo, nel terrore, ella aveva dato l'indirizzo della casa d'amore, sperando di trovare il rifugio e la difesa. E l'avevano ricondotta a quella casa come a un postribolo, come per essere restituita al luogo del suo mestiere immondo! E la porta era chiusa. Battuta dai pugni e dai calci, era rimasta chiusa.

Paolo guardava la striscia di sole sul tappeto, attonito. La vita era veramente quale gli era apparsa nella caligine piovigginosa, l'altra notte, sotto il portico, tra la carneficina e l'oscenità, tra il Caffè e la Farmacia. Per giungere a questo egli aveva costruito le sue ali?

Uscì. Si soffermò a piè della scala; guardò il ferro della ringhiera e i gradini di marmo bianco. «Vale la pena di colare a picco, se non per altro, per non aver più in fondo alle pupille quella fiammella giallastra che iersera illuminava la scala e che è la cosa più lugubre della terra, più lugubre del vomito fetido di un avvoltoio dopo la morte, o Vana beata, martire salva!»

Rientrò nella casa vera, in quella dove l'imagine di Giulio Cambiaso era chiusa nella custodia di lutto. «I minuti di Pratolino, la sosta per accendere i fanali! Ecco i giochi della vita. Ma, dal momento in cui la vettura col triste carico si mosse, dove fu condotta la povera creatura? dove fu trascinata, sino al momento in cui forse disse il suo vero nome e diede l'indirizzo della sua casa vera e vi fu deposta?»

Un solo uomo in quella sciagura poteva aiutarlo: il dottore. L'aveva incontrato poche volte, aveva scambiato con lui poche parole; ma aveva sùbito sentito, in quella struttura quadra, in quella mano larga, qualcosa di saldo, di leale, di generoso: una bontà lucida e virile, una energia misurata, un intelletto vigile. Lo cercò, lo trovò. Non lo trovò soltanto in presenza, lo trovò in anima.

Aveva già visitato la demente; appariva triste e perplesso, poiché non conosceva l'episodio della cattura se non nel ritorno dell'infelice accompagnata dai due sconosciuti e riconsegnata al portinaio. Né Paolo aveva cuore di confessargli la sua miseria e la sua insània.

— L'ho trovata — disse il dottore — non nel suo appartamento ma in una piccola stanza del mezzanino, in una specie di sottoscala, dov'ella si rifugiò iersera come in una tana, risoluta a non più uscirne. Il fratello e la sorellina sono a Volterra. Ora la povera creatura sa che il padre e la matrigna si sono già stabiliti nel palazzo. Per aver soltanto intraveduto la nemica a cui dà il nome di Sciacallo, ella ha gittato tali grida di terrore che, dianzi, la gente era assembrata sotto la finestra.

Paolo appariva così contraffatto che il medico s'arrestò.

— Continui — disse egli, come se non fosse sotto la parola ma sotto il ferro operatorio. — Continui, prego.

— Per quanto io abbia cercato di persuaderla, non m'è riuscito di trarla fuori dalla sua tana dove non c'è che il nudo muro, una vecchia branda e qualche sedia sconnessa. Il delirio è violento, e non so ancóra determinarne tutte le cause. Dianzi, alle mie persuasioni rispondeva: «Non posso, non posso più uscire di qui. Le guardie mi arrestano, mi portano alle Murate. Sono scritta nel libro della Questura. Non sa, dottore, chi sono io? non lo sa? Prima c'era uno solo nel mondo, che lo sapeva e lo diceva. Ora quest'uno è andato e m'ha scritto nel Libro. Le guardie mi conoscono. Tutti mi conoscono. Come vuole che io esca di qui? Non mi chiamo più Isabella Inghirami. Sa, dottore, come mi chiamo io? Vada, scenda nella via, lo domandi al primo che passa. Come vuole che io esca di qui, con questa bocca? Non vede come mi sanguina? Prima fu una piccola goccia, una piccola piccola goccia. Vana la vide, Vanina la vide, e m'asciugò; con un piccolo fazzoletto m'asciugò, e poi lo serbò; serbò la macchiolina rossa, e aspettò. Ora, vede?, ora non faccio che leccare il mio sangue, e mai non stagna. Chi m'ha pestata così? Quello, sempre quello, quello che m'ha scritta nel Libro....»