— Continui, prego.
— Ma, signore. Ella sta male.
— No, dottore. Continui.
— Ora, in realtà, l'inferma ha le stìmate nella bocca. Le gencive sanguinano intorno ai denti, le labbra sono arse e screpolate, tutti i muscoli del viso sono stravolti. E certo è questa la più intensa delle sue idee deliranti; ma ve n'è qualche altra, forse più tormentosa e di natura più grave, di cui non so scoprire l'origine.
— Dica, dica. Quale?
— Forse Ella può illuminarmi. L'inferma, a intervalli, crede di sentire qualcuno che cammina sotto il suo cranio, un passo concitato che suona dietro l'osso della sua fronte; e il suo terrore di quel supplizio e dell'eternità di quel supplizio è tale che non si può assistere all'accesso senza profondo strazio. Né gli intervalli le danno riposo, perché è di continuo nello sgomento e nell'attesa di riudire il passo. Se parla, si arresta per ascoltare. Quando l'ode avvicinarsi, si curva tutta sopra sé stessa, e rompe in supplicazioni confuse che non son riuscito a intendere, così forte il terrore le fa tremare le mascelle. Ma una volta ha detto, sotto voce, con un accento infantile: «Bisogna andare andare, mettersi in cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa dove....» E mi sembra che in questo delirio entri per qualche parte la sorellina; perché a un certo punto è balzata in piedi, con una eccitazione spaventosa, gridando: «Ah no, questo no! Mi porta via Lunella, mi si prende Lunella! Ah, questo no! Non me la togliere! Dove la porti? dove la trascini? non vedi? è piccola, non può seguirti.... Lasciala! Perché mi fai questo? Non vedi come sono? Non posso farti più male. Tu mi cammini sopra, tu mi passi sopra. Sono diventata la tua via....»
Paolo si stringeva le tempie fra le mani, e accennava di non poter più udire. L'insonnio, il digiuno, la stanchezza, la violenza delle commozioni finalmente rompevano la sua forza. Le tempie gli si spezzavano. Lo spasimo corporale attutì l'altro dolore. Egli non poté fare altro che distendersi e rimanere lunghe ore nell'immobilità e nel buio.
E questo fu il primo giorno dell'ultima prova.
Il secondo giorno, dopo una notte in cui l'insonnio e l'incubo si alternarono, egli rivide il dottore. Il delirio della demente era cresciuto. Non era stato ancóra possibile trarla dalla tana senza provocare una resistenza pericolosa. Il padre e lo Sciacallo, che a vicenda custodivano l'adito, avevano espresso il loro pensiero su la necessità di chiudere l'inferma in una Casa di salute. D'entrambi, e della feroce cupidigia ch'essi celavano sotto la sollecitudine, il dottore fece un ritratto spietato. Il proposito fermo d'impedire il delitto, a qualunque costo, ridiede all'agitato la pacatezza esteriore.
— Che cosa posso io fare per salvarla? — dimandò egli. — Crede che le gioverebbe rivedermi?