Paolo non sopportava quegli occhi limpidi che lo guardavano; né poteva gridare la sua discolpa. Ma accoglieva la fatalità del male che la misera gli faceva e nell'amore e nella demenza e nella morte. E tacque; e specchiò la sua solitudine nel suo duro silenzio come in una lastra di marmo nero.

Nel terzo giorno ricomparve l'uomo sgusciante dalla voce dolciastra e dagli occhi fuggevoli. Veniva ad esporgli il risultato delle sue nuove pratiche.

Restò sempre in piedi, parlò sommesso.

— Nel pomeriggio di martedì, verso le sei, la signora fu vista su la scalinata di San Firenze. L'indicazione della Piazza d'Azeglio, data per errore del domestico o per inganno del vetturino, era falsa e forviò le ricerche. Tutta l'avventura si svolse su la Piazza di San Firenze fra le sei e le sette e mezzo circa. Dopo avere esitato, in preda a un'agitazione palese, la signora entrò nella piccola porta che mette nella cappella. Quando ne uscì, prese una vettura e diede l'indirizzo di Borgo degli Albizzi. A mezza strada si pentì e ordinò di tornare indietro. Si fermò di nuovo dinanzi alla Chiesa, ed entrò per la stessa porta. Quando ne uscì la seconda volta, era già buio. Come dava in ismanie, un uomo alto e magro si avvicinò a parlarle. L'uomo chiamò un suo compagno, dichiarandosi agente di polizia. Ed entrambi fecero salire la signora in un'altra vettura e la condussero là dove accadde la scena raccontata dal domestico di Mrs. Culmer. Pochi minuti prima delle otto e mezzo, i due uomini fecero di nuovo salire la signora nella vettura e la condussero in giro, senza meta, aspettando che si rivelasse e desse una indicazione certa. Come passavano per la piazza Beccaria, si fermarono dinanzi al Caffè. Discesero; si sedettero a una tavola. La signora bevve qualcosa; anch'essi bevvero. Quanto tempo rimasero là? Uno d'essi, il magro, diceva: «Non la lascio se non la porto a casa, se non scopro chi sia e dove abiti.» Sembra che finalmente, verso le dieci, la signora abbia dato l'indirizzo di Borgo degli Albizzi. I due ve la condussero. Il magro (poiché l'altro taceva sempre) dichiarandosi agente, fece firmare al portiere una carta, un piccolo pezzo qualunque di carta. La signora smaniosa disparve su per le scale. I due accompagnatori si allontanarono. Le ricerche minutissime, compiute per trovare tra gli agenti l'uomo indicato, son riuscite vane. Nessun rapporto fu presentato al Questore. Io penso che l'uomo sia un qualche malfattore temerario che abbia tentato un ricatto. Le ricerche tuttavia continueranno.

E il delegato se ne andò, con la solita aria cerimoniosa e strisciante.

Paolo Tarsis vide il Caffè ignobile; vide Isabella Inghirami — la creatura di tutte le grazie e di tutte le eleganze, la grande farfalla crepuscolare che aveva vinto di levità tutte le aure dell'Estate, quella medesima che aveva potuto d'improvviso estrarre sé dal suo masso come una statua severa e assomigliarsi alla grande Aurora michelangiolesca — la vide seduta tra i due ceffi, dinanzi a un bicchiere impuro dov'ella bagnava le labbra riarse....

E il quarto giorno fu il giorno di Tamar.

Prima il dottore domandò:

— Può dirmi qualcosa della femmina dal grembiule rigato?

— Non comprendo.