Restò in pensiero, col libro tra le mani, con l'indice intromesso tra le pagine, nel luogo di Samuele. Egli aveva la maniera dei grandi confessori, dei grandi maneggiatori d'anime: tentava il segreto, con una tentazione quasi inavvertita; poi aspettava in silenzio ma facendo imperiosamente pesare nel silenzio tutte le cose non espresse.

Dopo un lungo intervallo. Paolo domandò:

— Aldo, il fratello, non la vede? non ha cercato di vederla?

— Credo che sia malato a Volterra. Né, se venisse, lascerei che la vedesse. Per ora sono costretto a prescrivere il più rigoroso isolamento. La difendo così anche contro il padre, e contro quell'altra.

Successe una nuova pausa.

— E Isabella non ha mai chiesto di lui? — domandò Paolo, con una voce ch'egli credeva aver chiarito prima di emetterla e che usciva colorata del suo cupo sangue come quel rigagnolo fumido dei bulicami volterrani arrossato dalla rubrica dopo la pioggia dirotta.

— Non ho finito di raccontarle la storia di Amnon — rispose il medico, riaprendo il libro. — L'inferma delirava interrottamente, sotto un'imagine dominante. Non ho mai veduto le linee del volto umano decomporsi e ricomporsi come quelle. La sua forma espressiva sembra una materia in fusione, una materia condannata a una metamorfosi che si travagli e non si compia. D'improvviso, dopo una specie di lungo soliloquio incompreso, con una chiarezza che sbigottiva lei medesima nel dire, disse: «Eppure, la colpa di cui m'accusate, io l'ho commessa; e non debbo discolparmi.» Allora io ripetei la mia domanda guardandola nelle pupille: «Chi è Amnon?» Ebbe uno di quei sorrisi indicibili che sono nelle sue stìmate direi quasi un raggio d'ombra, assai più misterioso del raggio di luce che si vede nelle rappresentazioni della stìmate sante. Poi recitò lenta un altro versetto, traendolo dalla sua memoria come dal fuoco: «E Amnon era in grande ansietà, fino a infermare, per amor di Tamar sua sorella.» Allora io ripetei la mia domanda incalzandola: «Ma dunque Amnon chi è?» Balzò in piedi con uno di quegli impeti che la fanno somigliare a un turbine di cenere e di brace, gridando: «Mio fratello! Mio fratello!»

E il quinto giorno fu il giorno della ricordanza.

La demente aveva chiesto a Chiaretta la vecchia scatola armonica dal pettine d'acciaio; il suo scarabillo. Ella s'insanguinava le dita contro le punte del cilindro, come a sei anni. Stava accosciata e china a ricevere l'aura della doppia aletta, ad ascoltare la voce piccola e infinita che saliva dal fondo della sua infanzia.

— È strano — disse il dottore a Paolo. — Quel tintinno la placa, interrompe anche il suono del passo che le cammina sopra. Stamani diceva: «Chiamatemi Lunella, rendetemi la mia Forbicicchia, che venga e porti con sé Tiapa e le sue forbici e stia qui e intagli per me qualche figuretta, e si viva insieme tutt'e tre, e lo scarabillo suoni sempre suoni sempre!»