Paolo la rivide apparire su la terrazza, seminuda nella sciarpa lunare, con la stella cilestrina in mezzo alla fronte, recando la cosa ignota avviluppata nel pezzo di stoffa.

— Profittando di questa specie d'incantesimo che la tiene, e del suo desiderio di Lunella, son riuscito a persuaderla di lasciarsi ricondurre a Volterra.

— A Volterra?

— Ho ben considerato. È impossibile ch'essa rimanga qui, in queste condizioni. Deve tutto temere dal padre e dallo Sciacallo. La più assidua vigilanza non basta. Ora la villa murata di San Girolamo non soltanto è ottima per quiete e per solitudine ma ha il vantaggio d'esser prossima a una Casa di cura, che è diretta da un uomo d'alto ingegno e di profonda coscienza, e di rigidissima disciplina, nel quale io posso pienamente confidare. Inoltre so che il padre non si oppone a questo trasporto. E non bisogna dimenticare che purtroppo la sua autorità è avvalorata dalla legge, e che conviene per ciò traccheggiare con lui. Non frappongo indugio. Preparo la partenza per domani.

Fino a quel punto Paolo non aveva ancóra avuto il sentimento finale del distacco, dello strappo, della separazione ineluttabile. Quel trasporto gli parve il vero trànsito dell'anima. Non rivide il giardino di gelsomini cantato da Hafiz, ma la Reggia della Follia e il sepolcreto. Poi si ricordò dell'antilope ferita, dai grandi occhi teneri come gli occhi di Leila.

Per commiato, la sera volle tornare nel nascondiglio, entrare nella caverna verde. La scala era lugubre, rischiarata dalla fiammella giallastra accesa sul pianerottolo; era come quella ove rimasero le macchie del sangue non lavate, dopo il delitto; era deserta e tacita, ma per lui risonava dei colpi dati alla porta dallo sconosciuto. Nelle stanze le cose cominciarono a vivere contro i suoi sensi con tanta forza ch'egli temette il contagio della demenza. Furono come Isabella, come la bellezza viva d'Isabella, come le sue trecce, come la sua nuca, come le sue braccia, come le sue spalle, come il suo petto, come le sue ginocchia, come le sue caviglie. Tutte si rianimarono, si umanarono, assunsero un aspetto patetico e consapevole. Isabella era per ovunque. S'egli si moveva, la sentiva, la toccava, aveva da lei nei precordii quei sordi tonfi, quei rossi terrori, onde l'approssimarsi della voluttà era come l'approssimarsi dell'annientamento. I ricordi, in così breve spazio, si fecero di carne e d'ossa, camminarono verso di lui su quattro branche, lo soffocarono con un respiro grave come quello delle fiere. Poi combatterono, poi si divorarono tra loro; e rimasero vivi i più selvaggi, e infuriarono. «Ricordati del mio pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi.»

E il sesto giorno fu il giorno del vituperio.

L'ispettore cortese fece sapere a Paolo Tarsis ch'egli aveva alcune notizie da comunicargli, di natura molto delicata, intorno al mistero della notte orrenda. «Che c'è di nuovo? che c'è ancóra di più tristo?» si domandò il superstite ch'era già pronto al suo viaggio.

Isabella forse in quell'ora viaggiava per Volterra, a traverso le crete della Valdera, a traverso le biancane sterili; vedeva di là dalla collina gessosa riapparire all'improvviso su la sommità del monte come su l'orlo d'un girone dantesco il lungo lineamento murato e turrito, la Città di vento e di macigno.

Come per accompagnarla fino ai tre cipressi, fino ai tre patiboli confitti sul poggio calvo, egli passò per la piazza di San Firenze prima di andare al colloquio incerto. La piccola porta, per ove ella era entrata, s'apriva sotto una finestra difesa da ferri robusti. L'andito era bianco, con le pareti coperte di lapidi e di stemmi. Appesa in alto era una lunga scala di legno; altre due lunghe scale eran poggiate sul pavimento, simili a quelle dei crocifissori. Un pergamo di legno scuro era abbandonalo a fianco dell'uscio.