— Dopo ricerche minute e discrete, ho potuto stabilire che nessuno dei due sconosciuti era agente di polizia. Si tratta di due sozii, d'una vera coppia criminale. L'uomo magro, il violento, è un certo Stefano Feri, una canaglia della più bassa specie, sfruttatore di bagasce, ricattatore e ladro. Il grasso, soprannominato Il Canonico, è un certo Beppe della Luzza, abbiettissimo tra gli abbietti, che Dante avrebbe messo alla pioggia di fuoco in compagnia di quell'altro canonico de' Mozzi.
E l'uomo si compiacque della vereconda allusione dantesca, con un sottile sorriso che traversò la visiera di cristallo.
— Entrambi, sozii, sono di continuo in cerca di affari loschi. Come si trovavano su la piazza, quella sera? La piazza di San Firenze, la sera, è il ritrovo della marmaglia intanata nelle vie e nei vicoli che si diramano dietro il Tempio e dietro il Tribunale. Là presso è anche una specie di Caffè bordello. I due procaccianti vi hanno il loro recapito. Ora, a qual fine si accostarono? Non è da pensare che fossero mossi dalla pietà, vedendo la signora smaniosa. La vedevano per la prima volta? Avevano premeditato il colpo? L'indirizzo fu dato dalla signora, o già lo conoscevano? Volevano tentare un ricatto? in quale forma?
L'uomo seguitò ad accumulare le interrogazioni con crescente effetto oratorio, al modo di Cicerone contro Vatinio, polito poliziotto ornato di tutte lettere, invero ammirabile. Contenne la voce in un tono quasi patetico, quando giunse all'ultima ch'egli gravò di un dubbio turpe:
— E che fecero della disgraziata vittima nella troppo lunga ora, tra la partenza dalla Sua casa e l'arrivo al palazzo di Borgo degli Albizzi? Con tutti i mezzi, se Le aggrada, conosceremo la verità.
Paolo Tarsis indugiò qualche attimo, prima di rimettersi in piedi. Dispensò dalla ricerca; ringraziò; uscì. Il mondo gli appariva come una cloaca immensa. Ogni bellezza, ogni gentilezza era distrutta. Il volto dell'Amore era osceno come quello d'un pagliaccio vinoso. Egli vedeva la divina Isabella Inghirami seduta tra il ruffiano e il sodomita, dinanzi a un bicchiere sudicio, nel Caffè male odorante. La parola di vituperio, il destino l'aveva raccolta per adempierla.
E questo fu il sesto giorno dell'ultima prova.
E il settimo giorno l'Ulisside drizzò al suo cuore la parola d'Ulisse: «Cuore, sopporta. Ben altro tu hai sopportato più cane!» E si scrollò, e prese la sua via. E la sua volontà e il suo dolore furono una sola tempra.