Il dì venti d'aprile, verso sera, Paolo Tarsis ebbe dallo statuario il messaggio promesso. I fuochi erano accesi, sotto la tettoia del fonditore. Il metallo si struggeva nel bacino. La statua aspettava per tutte le sue vene avide il sangue rovente, vestita dalla tonaca di terra, in fondo alla fossa fusoria. Un altro degli Schiavi michelangioleschi, con un colpo di spalla e un colpo di ginocchio, era per isprigionarsi dall'aspra ganga e per imbracciare le ali come clìpei. «Dàgli, con la spalla col ginocchio e col pugno, dàgli forte, dà la buona stratta come la stratta della morte; ché il vento gira al largo e ridonda, e risona come il bronzo sonante, nel battito del mare.»
Sotto la sua tettoia ardeatina, anch'egli aveva acceso i suoi fuochi. Tutto il giorno aveva lavorato intorno al suo grande airone, in silenzio, con i suoi meccanici, portando anch'egli la tunica azzurra, non temendo per le mani che gli s'eran fatte troppo bianche, tenendo ben celato il suo disegno e il suo proposito. «Ponente una quarta a libeccio!» Non si trattava già d'approdare all'altra riva ma di naufragare al largo, alla massima distanza dalla spiaggia d'Enea. Per ciò egli aveva atteso a rinforzare i suoi congegni: aveva mutato il motore, il serbatoio, l'elica; con molta industria aveva sospesa sul suo capo, nel suo posto di timoniere, lontana dalla perturbazione del ferro e corretta, una bussola rovescia fornita d'una carta marina su cui era segnata la giacitura degli atterraggi utili, costantemente orientata dall'ago. In fine aveva detto al capo dei suoi uomini, a quel Giovanni artiere prediletto da Giulio Cambiaso: «Domattina, alla diana, farò un altro volo di prova.» Sembrava che per lui su la rupe di Àrdea vigesse la conscia virtus di Turno. Non andava alla morte ma all'impresa mortale munitissimo.
In quei giorni operosi di rado aveva rotto il silenzio, se non per indicare per insegnare per comandare; ma spesso parlava col suo compagno. «Credevi tu che ci saremmo ricongiunti?» Il ricordo gli palpitava dentro assiduo come un cuore ridivenuto duplice, gli rendeva gli accenti gli sguardi i gesti dell'essere caro, glielo faceva vivo e presente come quando lassù reduci dai peripli e dalle spedizioni avevano costruito insieme con ardentissima pazienza i primi apparecchi e avevano tentato i primi voli.
Ben quella era l'ora propizia, l'ora di Espero, quando equilibrandosi tra le ali leggere si gittavano a valle dal posatoio rupestre o imitavano il veleggio dei grandi rapaci. Ben era un'ora come quella, una serenità intenta e piena di nume, quando un di loro era riuscito a raggiungere per la prima volta, col bianco airone già quasi compiuto, il piano che sta alla riva destra del Numico, là dove i Latini alzarono il tumulo arborato e lo dedicarono a Enea fatto Dio Indìgete dopo che il fiume con le sue acque ebbe purgato e lavato in lui ogni cosa mortale e non lasciato se non l'ottima parte.
Il superstite non sentiva in sé vivere se non l'ottima parte, contemplando i luoghi sacri e deserti, nella sua vigilia d'eroe, nella sua ultima sera. Tutto era grande e dolce come se l'Indìgete sorridesse nell'aria senza mutamento. Tutte le cose erano semplici e grandi ma contenute in una chiostra che non le diminuiva, come nei due versi del padre Ennio sono raccolti i dodici Dei sommi di Roma. Pareva che dal lido laurente sino al castro d'Invio rinascessero gli antichi lauri moltiplicati da quello che il re Latino serbava nei penetrali insigne, a cui s'appese lo sciame fatidico. Il carme delle origini era per ovunque diffuso. Non più cantava Circe ai telai delle frodi, né s'udiva la turba degli uomini imbestiati ululare come quando sotto il monte dell'erbe veleggiarono in salvo le navi d'Enea; ma sola cantava la figliuola di Giano il suo divino dolore, come il cigno canta i versi della morte, divenuta «vana ne' lievi venti.»
Calava la sera. A una a una, intorno a Espero, le stelle sgorgavano. Un pastore conduceva la greggia non forse all'ovile ma all'Oracolo di Fauno, laggiù, nel bosco sacro ove tra la mefite ch'esala e la fonte che suona l'antichissimo nume delle genti italiche, colcato sotto le pelli delle pecore offerte, ancor dorme vaticinando per sogni nel silenzio notturno.
Il superstite non abbandonò la rude casa di legno e di ferro, ove le sue vaste ali biancheggiavano. Fece apprestare il letto da campo, quel medesimo ove egli aveva composto il corpo del compagno avvolto nella rascia rossa. Ricoverò i suoi meccanici nell'officina attigua; diede gli ordini per la diana; rimase solo col Pensiero dominante.
Il silenzio era come quando la Città guerriera dei Rutuli dormiva intorno alla reggia di Turno, erma su le sue rupi che come le mura apparivano opera d'uomo, covando i sepolcri dei suoi morti. Non s'udiva se non il croscio dell'Incastro a valle, continuo come il tempo. Un cane uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada di Anzio. Su i Monti Lanuvini brillava l'Orsa. Era come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto lontano.
Il superstite camminò fino alla colonna che doveva sostenere il bronzo. Il monolito ancóra giaceva al suolo ma rialzato alquanto da fasci di frasca ch'erano come i guanciali sotto il dormente. Egli vi sedette; e, pensando all'opra che nell'ora ferveva intorno alla statua lontana, respirò nell'anima stessa del fuoco e nell'anima del fratel suo. Aveva già lo statuario gittato nel bacino l'anello?
Rientrò nella tettoia. S'appressò alla gabbia di papiro che pendeva dalla trave. L'airone lo sentì e si scosse. Era uno dei due aironi tutelari che Giulio Cambiaso amava e curava, nei giorni della gaiezza. Per gioco egli s'era piaciuto di deificarli coi nomi di due antenati mitici del primissimo Lazio: Dauno e Pilumno. Erano come i Penati nella casa di legno e di ferro. Scomparso l'uno, triste e meditabondo sopravviveva Dauno nella sua carcere egizia.