— Se potessi trovarti un posto nella fusoliera, ti porterei con me, povero solo! — gli disse Paolo Tarsis sorridendo, mentre gli sonavano in fondo all'orecchio le modulazioni strambe che Giulio inventava per parlare ai due vecchi Penati candidi dai piedi olivastri. — Proteggi intanto il mio penultimo sonno breve. Domani dormirò assai più lungamente.
Si bagnò; poi si coricò nel letto da campo come quando essi vivevano sotto la tenda. La medesima suppellettile ingegnosa, alle comodità e alle necessità, era sparsa intorno, di metallo, d'osso, di bosso, di tela, di gomma.
— La mia statua è fusa — disse, pensando che il rito del fuoco s'era compiuto.
Vide la forma traboccare, la leva abbassarsi, il turo chiudere la bocca rigurgitante, il metallo incandescente fermarsi e sùbito incupirsi nella creta e nel mattone. S'addormentò.
Albeggiava su i Monti Albani, quando si levò. I suoi meccanici credettero che Giulio Cambiaso fosse ritornato, tanto fu insolitamente allegra la voce dei comandi. Sùbito la tettoia fu piena di rombo. Le tavole tremarono, la polvere si sparse, l'airone si sbatté. Egli prestava l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza. I sette cilindri non erano più disposti a ventaglio ma a raggiera, irti d'alette intagliate nella massa stessa dell'acciaio. La nuova elica tirava a meraviglia, astro d'aria nell'aria. I meccanici ancóra una volta ne provarono la forza, avendo legato la fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e questo a un palo; e il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Àrdea prigioniera fosse impaziente d'involarsi; e un uomo inginocchiato osservava la freccia dell'indice.
— Pronti? — chiese il superstite.
— Pronti — rispose la voce fedele.
E l'elica s'arrestò. L'Àrdea fu sciolta, fermo il battito del settemplice cuore raggiato.
— Dauno, — disse il volatore appressandosi alla gabbia di papiro ove l'airone bianco era molto inquieto — Dauno, voglio liberare anche te, in questo bel mattino d'aprile. Forse in qualche stagno Pilumno t'aspetta.
Distaccò la gabbia, mentre gli uomini afferrando la macchina per le traverse del corpo e per le cèntine delle ali si accingevano a spingerla verso lo spiazzo. Posò la gabbia a terra e l'aprì. Sorridendo si ricordò della parola vergiliana di Niso.